Festival di Faenza, il bilancio conclusivo

Il festival dell’arte contemporanea è sbarcato anche quest’anno a Faenza (dal 20 al 22 maggio) per una quarta edizione segnata da fitte polemiche cittadine sull’opportunità di impegnare risorse dell’amministrazione comunale in un evento, indubbiamente ben costruito e di matrice internazionale, ma che non viene pienamente percepito come utile strumento di visibilità e aspirazioni locali. L’importante dispiegamento di teorici, intellettuali, artisti (meno) e narratori dell’arte introdotti da Massimo Cacciari e Achille Bonito Oliva, oltre allo stretto connubio istituito da quest’anno con il Mic, museo internazionale della ceramica, ora diretto da Claudia Casali, non sono stati sufficienti a replicare la vivace migrazione di quel popolo dell’arte che sembrava avere sancito in anni precedenti la validità del’iniziativa.
Insomma pare che i soliti noti non rappresentino più un’attrattore sufficiente a spostare gli interessati al contemporaneo, delocalizzandoli da piste più battute. Il quesito allora è se logistica, o forse una congenita assuefazione, possano più dell’interesse culturale, oppure se queste piattaforme sull’oggetto "arte", in tempi di comunicazione veloce e globalizzata, e volendo pure di facile reperimento, vengano associati troppo all’intrattenimento mondano più che a efficaci momenti di riflessione e progettualità? Certo è che dalla prima edizione, che ha parlato ottimisticamente in termini di Futuro Presente Present continuous attraverso i suoi 125 protagonisti a un pubblico di circa 10mila persone, o alla seconda dove addirittura il numero degli ascoltatori si era incrementato, questa "Forms of collecting/Forme della committenza” mostra un lato evidentemente meno coinvolgente. L’occasione stavolta, almeno nelle intenzioni degli organizzatori, era di circumnavigare le esigenze e le aspettative artistiche della penisola, dialogando su possibili strategie di uscita da un’avvertibile stagnazione o addirittura retrocessione (guardando a certe inquietanti presenze).
Certamente il settore della committenza pubblica e del collezionismo di peso, in Italia, attualmente riguarda un numero decisamente elitario di soggetti e tocca situazioni spesso più attinenti a un consiglio d’amministrazione che a sensibilità private, ma l’artista non può certo prescinderne, e maggiormente in tempi così complessi. Dunque il tema è decisamente attuale, ma più che mai è attuale la consapevolezza che per la cultura – nel nostro Belpaese – tra il dire e il fare rimane di mezzo il mare.
Info: www.festivalartecontemporanea.it.