Rubbi, le frontiere dell'arte

Ha vinto uno dei premi italiani più prestigiosi, il Furla, “per la capacità di interagire con lo spettatore e creare inedite relazioni tra lo spazio espositivo e lo spazio pubblico in uno spirito di generosa apertura”, recita la motivazione. Matteo Rubbi, classe 1980, è stato selezionato dal curatore Lorenzo Bruni assieme al “guest curator” Carson Chan, e ha convinto la giuria composta da Christian Boltanski (artista padrino del premio), Stefano Chiodi (storico e critico d’arte), Vít Havránek (direttore Tranzit Display gallery di Praga) Jörg Heiser (critico e “associate editor” di Frieze) Miguel Von Hafe Pérez (direttore del Cgac “Centro galego de arte contemporáneo” di Santiago de Compostela, Spagna) con un progetto volto a celebrare “l’incontro tra soggetto e contesto provocando un istante epifanico o straniante con cui far rivalutare allo spettatore/attore le modalità e le regole con cui percepisce la realtà”, chiarisce la nota. Abbiamo rivolto all’artista alcune domande per comprendere meglio questa giovane promessa italiana dell’arte contemporanea, non proprio acerba viste le mostre e l’esperienza già maturata sia in Italia che all’estero.

Partiamo naturalmente dal premio Furla. Come vivi l’assegnazione di questo prestigioso riconoscimento?
«Sono molto contento e sento soprattutto un grande senso di responsabilità».

Puoi parlarci del progetto che realizzerai per la fondazione Furla?
«Il punto di partenza del progetto è un viaggio nella provincia italiana, senza una precisa destinazione e senza vincoli particolari di durata. Tenterò di lavorare con i giornali locali in ogni luogo che toccherò, scrivendo dei testi o interagendo con chi li scrive, lasciando che il progetto si costruisca e trovi la sua identità in itinere, confrontandosi di volta in volta con i contesti incontrati. È un modo di avvicinarmi lentamente a qualcosa a cui facciamo riferimento tutti i giorni senza averne in realtà una sufficiente coscienza: una certa idea di identità, di territorio, di appartenenza, di trasformazione».

Chi e cosa ti ha avvicinato al mondo dell’arte? Hai dei punti di riferimento che ti hanno guidato e indirizzato nel tuo percorso?
«La prima persona che mi ha avvicinato all’arte è stata mia mamma. I punti di riferimento più importanti della mia formazione sono stati: Luciano Fabro e Alberto Garutti all’accademia di Brera, Bert Theis e tutti gli artisti che ho incontrato a Isola art center, Stecca degli artigiani. Senza dimenticare il lavoro fatto alla galleria Massimo De Carlo come stagista/magazziniere: ho imparato tante cose e ho avuto modo di conoscere e lavorare con grandi artisti. In questo momento un luogo di confronto per me molto importante è l’associazione Cherimus, guidata da Emiliana Sabiu».

Le tue opere vengono definite “azioni scultoree”: che parte gioca l’elemento plastico e quale l’elemento performativo?
«Al di là di etichette, status e possibili definizioni, la cosa più importante è cominciare a vivere ogni lavoro senza pensare a niente di tutto questo, senza sapere come andrà a finire, e se sarà un’opera oppure no: un’avventura da vivere fino in fondo e senza costrizioni».

In che modo ti relazioni al pubblico e le risposte dell’osservatore riescono a coincidere con le tue intenzioni?
«Il modo con cui ci si relaziona all’altro va inventato ogni volta e non è facile né immediato. Ma è nella nostra natura provare a inventare modi e in fondo ci piace farlo: funziona come quando si organizza una festa o una cena con un menù complesso e con degli ospiti che non conosciamo: come andrà a finire? Ognuno di noi più volte al giorno deve inventare il modo in cui relazionarsi con qualcuno: c’è sempre una dose minima di rischio, la risposta dell’altro è imprevedibile e, fortunatamente, quasi mai coincidente alle intenzioni iniziali».

I tuoi sono anche interventi sui luoghi. Alla luce di quali considerazioni cerchi di reinterpretarli?
«Provo a inventare delle condizioni perché possano essere vivibili in un altro modo. La vecchia stazione sud della monorotaia Alweg per esempio, una bellissima terrazza sul parco di Italia 61, è usata come “cono d’ombra” della zona e versa in stato di abbandono. Il fatto di organizzare qualcosa lì e di invitare il pubblico apre un ventaglio di possibilità per quel luogo, e mette una pulce nell’orecchio a chi viene. Se lo si volesse ci si potrebbe inventare di tutto, quel posto potrebbe trasformarsi in qualsiasi cosa: è lì, basta prenderlo».

Secondo te l’opera d’arte deve essere condivisa: un processo che richiede sensibilità e attenzione all’altro. Quali fattori entrano in gioco?
«Beh, non solo secondo me, l’arte ha sempre avuto a che fare con la condivisione. E sì, ogni volta necessita di grande attenzione all’altro, prende forma con l’altro già presente. L’atto creativo comincia quando hai necessità di condividere qualcosa perché è più grande di te, quando non puoi più pensare di arrivarci da solo: e serve un equipaggio».

Da giovane artista, pensi che l’arte possa avere un ruolo decisivo all’interno della società?
«L’arte ha a che fare con la moltiplicazione degli orizzonti, delle dimensioni, delle possibilità. Chiunque avesse voglia di buttarsi in mezzo e partecipare alla moltiplicazione può farlo. Quando l’arte riesce a mettere in comunicazione mondi tra loro inconciliabili, inventando un linguaggio che li tiene magicamente insieme, può far fiorire qualcosa di inaspettato, apre scenari di mondi imprevisti che riguardano tutti. Quando vive della sua rendita è semplicemente innocua».

A che punto del tuo cammino sei e dove vorresti arrivare?
«Mi sento ancora agli inizi. Dove voglio arrivare? Non ne ho la minima idea».

A fine marzo, una grande mostra alla Gamec di Bergamo. Cosa presenterai in questo spazio?
«Posso dire che le idee stanno prendendo forma giorno dopo giorno. Ma non aggiungo altro, non voglio rovinarvi la sorpresa».

LA MOSTRA

Progetti inediti

Prima personale in un’istituzione pubblica italiana di Matteo Rubbi. Attraverso installazioni, interventi performativi, azioni pubbliche, oggetti, libri e opere sonore, l’artista ha finora prodotto un corpus estremamente eterogeneo. L’esposizione, curata da Alessandro Rabottini, è parte del programma espositivo Eldorado, che la Gamec dedica alle personalità emergenti più interessanti sulla scena internazionale, invitati a concepire un progetto inedito per gli spazi del museo. Per l’occasione, Rubbi sviluppa dei progetti inediti legati al contesto locale. Dal 23 marzo al 15 maggio, Gamec, via San Tomaso 53, Bergamo. Info: 035270272; www.gamec.it.

L’ARTISTA

Allievo di Fabro e Garutti

Matteo Rubbi nasce a Seriate (Bergamo) il 28 ottobre 1980. Consegue il diploma di perito chimico ecologico nel 1999. Nel 2000 si iscrive all’accademia di Brera, dove frequenta i corsi di Luciano Fabro e Alberto Garutti. Nel 2004 comincia a collaborare con Isola art center, Stecca degli artigiani, a Milano. Nel 2006 partecipa al corso superiore di arti visive alla fondazione Antonio Ratti di Como. Nel 2007 è selezionato per il III Festival internazionale della performance, Centrale di Fies, Trento. Nello stesso anno è cofondatore dell’associazione Cherimus. Nel 2008 cura a Milano per l’associazione Careof la mostra I sette arcobaleni. Partecipa, nel 2009, alla residenza Le Pavillon, al Palais de Tokyo di Parigi, durante la quale prende parte alle mostre “Le plan méthodique de F. Le Play” al Palais de Tokyo e “Ange Leccia et Le pavillon” al musée Bourdelle. Nello stesso anno partecipa al progetto “As you enter the exhibition, you consider this a group show by an artist you don’t know by the name of Mr. Rossi”, curato da Aaw, Milano e alla mostra L’indiano in giardino, curata da Alek O. e Santo Tolone. Nel 2010 partecipa alle collettive: Ibrido, a cura di Giacinto di Pietrantonio e Francesco Garutti al Pac di Milano; 21×21: 21 artisti x il 21° secolo, a cura di Francesco Bonami alla fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino; Art in residence, a cura di Angela Vettese e Milovan Farronato alla fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano; Sindrome italiana, a cura di Yves Aupetitallot a Le Magasin di Grenoble. Nello stesso anno apre una personale allo studio Guenzani di Milano.