Il tempo che rimane

Un "leit motiv" caro a molta filosofia degli ultimi decenni rinfaccia al progresso tecnologico di aver decostruito e compresso all’inverosimile la percezione del tempo, erodendone il suo fondamento ultimo: “la durata”. Un sentimento primitivo che l’opera di David Claerbout trama apertamente per riabilitare. Non per mero accidente, la prima retrospettiva che il Belgio tributa a uno dei più promettenti campioni nazionali “della tavolozza” celebra sin dall’evocativo titolo “Il tempo che rimane”. I due piani del Wiels (il Centro d’arte contemporanea di Bruxelles), che ospitano fino al 15 maggio l’esibizione, sono stati per l’occasione riplasmati all’immagine di un dedalo di minuscole sale cinematografiche.

Perché, capovolgendo l’intera prospettiva, Claerbout si affida proprio al “grande imputato”, vale a dire al potere della tecnica, per assolvere la sua missione creativa. Cinema, fotografia, tessiture melodiche sono così impiegate per mettere alla prova la pazienza di visitatori a cui la contemporaneità ha scippato il valore dell’attesa, forse anche della contemplazione. La mostra si prefigge di ripercorrere con rigore cronologico i primi venti anni di carriera del videomaker nativo di Kortrijk. Con Kindergarten Antonio Sant’Elia, 1932 una foto d’epoca può riaccendersi di vita, e (letteralmente) animarsi solo grazie ai movimenti discreti della natura, in fiero contrasto con l’immobilismo delle figure umane imprigionate nel bianco e nero.

Contrasto esplorato in modo ancor più radicale nelle opere più recenti: “Long goodbye”, girato nel cortile di una suggestiva residenza di campagna, avvolge la gestualità flemmatica, volutamente rallentata di una donna in un gioco di luci per converso velocissimo e spietato. Che è ordito, dall’alto, dagli spostamenti del sole, mentre il piano sequenza si allarga sino a rendere l’elemento umano ancora una volta superfluo. Un ammiccamento all’esistenzialismo di Antonioni. Claerbout, classe 1969, ha già esposto in alcune delle più prestigiose vetrine del Continente. Dal Centre Georges Pompidou di Parigi all’Akademie der Künste. Fino al 15 maggio. David Claerbout, "The time that remains". Av. Van Volxemlaan 354, 1190 Bruxelles, Belgio. Info: +32 (0)23400050; www.wiels.org.