Le favole acerbe di Natalia Saurin

Natalia Saurin, figlia di dissidenti politici argentini, giunge in Italia con la famiglia all’età di quattro anni, come rifugiata politica. Nata lo stesso anno del colpo di stato compiuto dal generale Videla, il germe della guerra soprannominata sporca, l’artista porta dentro di sé parte di quella storia. Resistettero finché poterono nel loro paese, fino a quando, il 10 settembre 1978, i militari hanno bussato alla porta dei nonni paterni, tenendoli sotto sequestro per dieci ore, nell’attesa che arrivassero i genitori di Natalia.

Da lì a breve, sfiduciati e impauriti, la madre e il padre hanno organizzato il trasferimento scampando al vortice delle repressioni dittatoriali. Le prime opere dell’artista sono fotografie che si concentrano sul tema della favola. Scattate nel 2002, sono state esposte alla galleria Cell 63 di Berlino, con un video del 2008 nel quale si materializza una versione alterata della favola di Biancaneve: uno dei nanetti viene infatti ucciso dalla stessa icona della purezza. Il video ha per protagonista l’alter ego di Biancaneve, che dopo aver giocato a nascondino con i nani, li accarezza falsamente e infine, con perfidia, ne decapita uno. Quest’opera è accompagnata da un’istallazione che porta il suo stesso titolo, “Happily even after”: in cornici d’argento che ricordano quelle che di solito accolgono i ritratti di famiglia, compaiono sempre i nani, anche se con il capo staccato. Nella serie di fotografie analogiche, realizzate con una pellicola all’infrarosso nel 2002, mette invece in risalto scarpette di un numero inferiore rispetto alle reali dimensioni dei piedi e svela la peluria delle gambe femminili. In questi sei ritratti di arti inferiori, intitolati Debutto in società, giocando sulla veridicità della favola, l’artista mostra, in chiave caricaturale, piedini di fata intrappolati in scarpe troppo strette che sostengono polpacci pelosi.

Come afferma la Saurin, in queste opere gioca un ruolo determinate la tematica che lei definisce del “per sempre”, costantemente presente nella vita dell’uomo: «La favola è il primo momento che ci avvicina all’idea del “per sempre” quando si è piccoli, perché è un tema molto forte che, in età adulta, collega l’uomo alla religione. Fin da piccoli nell’immaginario comune diventa una panacea, un’idea edulcorata che serve anche per affrontare i dispiaceri del futuro». Un altro dei temi affrontati dalla Saurin ruota attorno al ruolo degli stereotipi che accompagnano spesso l’umanità nel corso dell’esistenza. Un problema che l’artista affronta con la realizzazione di un’installazione, Atto di fiducia, sempre in mostra a Berlino, dove si nota uno scoiattolo in pietra aggirarsi nei paraggi di nere bombe realizzate in cartapesta. Inoltre, quest’argomento è visibile in altre opere, come ad esempio in due video, parte di una trilogia ancora da terminare: giocando con colorazioni monocromatiche nascono così il Video bianco (2007) e il Video rosa (2005). Il primo realizzato dall’artista ed esposto tre anni fa alla Fabbrica del vapore di Milano. In entrambi la Saurin stessa viene filmata da un’amica in cucina e dimostra come a volte la verità sia il contrario dell’apparenza. Esibendo in ambedue un’antinomia tra simbologia estetica e svolgimento della trama nel roseo, invece di rappresentare l’amore, porterà in scena l’odio; nel bianco la protagonista ingerisce con dovizia delle pastiglie e beve wodka, fingendo di incarnare il simbolo della pura spiritualità.

Ancora in elaborazione è il Video azzurro che, specifica in anteprima l’artista, ha sete di consumismo. Nella collettiva ancora in corso a Cittadella (Padova), in una delle cinque stanze del palazzo Pretorio, la Saurin espone un video intitolato “Dance dance dance” (2009) e ispirato all’omonimo libro di Haruki Murakami, introdotto dalle trasognanti note dell’assolo “Arnalda” di Julia Kent. Qui un’anziana signora emoziona il pubblico raccontando che, pur sopraffatta dalle difficoltà della vita, non ha mai perso la voglia di danzare. Dopo un monologo sugli anni passati e sulla quotidianità, la donna balla sotto una palla da discoteca trapunta di specchi che ricorda un cielo stellato. L’artista racconta: «Sono partita da una storia reale. La signora abita da sola. A volte piange, altre volte si mette a ballare intorno al tavolo. Questo mi ha fatto pensare. In fondo noi esseri umani siamo come asteroidi che girano imperterriti intorno a un punto, nonostante le avversità». Solo per un giorno, il 29 ottobre, la Saurin ha esposto il suo omaggio a Fontana intitolato L’ospite inatteso allo studio torinese di Mario Petriccione, già assistente di Mario Merz, dando così il via a una mostra itinerante: tre fotografie che mostrano in successione la lacerazione di una tovaglia a quadri, con la lama che esce dal tessuto, il proseguimento del taglio e infine una casalinga che cerca di uscire da quello squarcio. Al contrario di Fontana, che tagliava le tele per cercare la profondità, il personaggio dell’artista argentina mette in atto lo strappo per fuggire dai codici sociali. Il prossimo progetto si svolgerà in Francia: «Da gennaio ad aprile sarò impegnata per tre mesi in una residenza d’artista alla fondazione Camargo di Cassis, in Provenza. Il lavoro si baserà su una leggenda, ambientata in quei luoghi, che narra di una barca senza remi capitanata dalle tre Marie».

L’ARTISTA
Anima cosmopolita

Natalia Saurin nasce il 3 agosto 1976 a Buenos Aires. Si trasferisce in Italia con la famiglia e, mentre intraprende gli studi d’architettura al politecnico di Milano (1997- 2002), trascorre un anno a Salamanca alle Belle arti. Frequenta anche, per due anni, l’università dell’immagine di Milano. La sua carriera artistica, brillante e contornata da continui successi – come la borsa di studio completa alla fondazione Industria nel 2001 e il premio Arte Laguna a Venezia o Vie di fuga a Vigevano (2008) – si apre partecipando nel 2000 al festival capitolino Enzimi. Organizza successivamente molte collettive e varie personali dal 2001 a oggi fra le quali “Something wrong” (2006) all’Arthobler gallery di Lisbona. Ricordando le sue principali proiezioni video, da sottolineare l’esperienza più recente: “Videoart yearbook” a Bologna (2010).