Gli archetipi di Shafik

La mostra personale di Medhat Shafik (El Badari, Egitto, 1956) fa assaggiare ai visitatori i primi linguaggi che hanno animato il percorso dell’artista. L’esibizione, Archetipi-Le origini del futuro, curata da Arturo Carlo Quintavalle, si compone di un’opera in carta di 20 metri che tramite disegni realizzati dalla Shafik, ispirati al Medio Oriente, somiglia a un papiro sul quale si narrano le vicende di una qualche storia imprecisata ma reale. Inoltre è presente una carovana in rame e ottone allestita con all’interno archetipi in tessuto e rame, che tende all’ascolto dello spirito immortale di vagabondi e avventurieri. Quintavalle scrive nel catalogo: «Voglio considerare la funzione del disegno e quindi della scrittura nelle opere in mostra, il rapporto di Shafik con il segno nella ricerca di Paul Klee. Segno poi che è anche traccia di un altro passato, che è quello della psiche, il preconscio prima dell’es, e questo passato, come scriverebbe Jung, è figura simbolica d’immagini che sono tracce delle culture dei popoli più antichi».

Le forme mediorientali che appartengono alla sua esperenzialità delle origini vengono sovrapposte alle sue visioni occidentali. Questo è il nodo che cerca di svelare il critico, considerando sia i rapporti intessuti tra l’artista e l’informale, con l’espressionismo astratto, sia con il gruppo Cobra e l’arte concettuale o anche con gli esponenti dell’arte povera. L’artista suggerisce: «Nel mio segno c’è forse la memoria del segno danzante ed equilibrato della scrittura araba. Ma non solo. Le feste popolari, il clangore della vita quotidiana, lo stare insieme, le grandi tradizioni che accomunano gli uomini in Egitto e che rendevano tutte le persone fratelli, sia di una religione che dell’altra: una volta nessuno ti chiedeva di che religione sei. Ogni opera nel mio lavoro è il racconto di un vissuto, di emozioni, di genti, e dunque anche delle città dell’Occidente e dell’Oriente coi loro luoghi sacri, le chiese e le moschee. E penso ai miei amori: Monreale, Trani, Santa Sofia, San Marco, la moschea di Cordoba e quella di El Tulun al Cairo o Sant’Apollinare Nuovo a Ravenna. Io ho sempre amato il mondo di Costantinopoli e trovo che Venezia e San Marco siano la sintesi felice di un matrimonio riuscito fra Oriente e Occidente: forse questa cattedrale è una metafora, una metafora di civiltà».

Medhat Shafik si è diplomato in pittura e scenografia all’accademia di Belle arti di Brera. Ha partecipato a varie rassegne artistiche ma è nel 1995 che arriva il suo più grande successo, quando alla Biennale di Venezia viene premiato con il Leone d’Oro delle Nazioni dalla giuria, diretta dallo stesso Quintavalle.

Fino al 27 febbraio
Fondazione Stelline, corso magenta 61, Milano.
Info: 0245462.411; www.stelline.it