Enrico Pedemonte: «Il futuro è in rete»

Sono molti quelli che guardano agli Stati Uniti come ai soli capaci di aprire le porte del futuro. Sia esso economico, sociale, scientico e naturalmente tecnologico. Sono loro, secondo il credo di una collettività che va ogni giorno allargandosi, i signori del domani. Enrico Pedemonte, giornalista e corrispondente da New York per il gruppo L’Espresso, è uno di questi. Convinto della positività del progresso tecnologico nonché strenuo sostenitore della “supremazia” statunitense in fatto di “new media”. È dalle coste d’oltreoceano che ci insegnano, secondo il giornalista dall’impeccabile aria newyorkese, come debba evolversi, secondo quali canoni e principi, il futuro dell’editoria. L’asso nella manica si chiama internet. È grazie a questo che il giornalismo tradizionale potrà sopravvivere, reinventandosi e dandosi una nuova forma.

Pedemonte ha appena pubblicato con Garzanti Morte e resurrezione dei giornali, ( 226 pag. 14,60 euro): un titolo accattivante che se da una parte sentenzia l’imminente tramonto del tradizionale giornale di carta, dall’altra confida in una sua rinascita attraverso un unico “salvatore”: il web. Quasi più un’inchiesta, dove al posto d’ipotesi velleitarie e giudizi approssimativi si dà spazio alle testimonianze di editori e imprenditori, anglosassoni principalmente, che sono riusciti a uscire fuori dalla crisi che colpisce oggi il mondo dell’editoria, non solo italiana. La chiave di volta risiede nella rete e di questo Pedemonte ne è straconvinto. Adora il New York Times, si dichiara “tecnodipendente” e rimprovera all’editoria italiana di non aver saputo cogliere nel profondo le positività che può portare l’uso di internet. Noi che siamo così lontani dal saper abbracciare con fiducia il progresso e incapaci per natura di credere nella tecnologia. Questa è la radiografia che l’autore fa dell’Italia giornalistica piegata da logiche di mercato a cui non riesce a star dietro ormai da anni. Eppure, nonostante sia apprezzabile il moto di denuncia, questo slancio sincero che evidenzia un malessere a cui il nostro giornalismo dovrebbe al più presto rispondere, sul “come fare” Pedemonte non si sbilancia. Solo indizi, lanciati indirettamente e affidati alle dichiarazioni di altri, molti numeri, che si limitano sono a confermare un dato: i giornali non si leggono più, al loro posto cresce l’uso di internet per la ricerca, consultazione, condivisione di notizie. E allora? Dove risiede la novità? Quale la strada che il nostro giornalismo dovrebbe battere? Il mercato? Il business? La linea editoriale? L’investimento delle tecnologie? A occhio la risposta è sì, a quasi tutte queste domande. Ma la ricetta da seguire, per evitare che il soufflè del giornalismo italiano rischi di afflosciarsi, Pedemonte non la spiega. Di sicuro su due aspetti il giornalista mantiene il punto: nel corso di un decennio molti giornali cartacei smetteranno di esistere e la perdita del ruolo sociale dei giornali è la causa del tracollo dell’editoria cartacea. Constatazioni “futuriste” azzarderebbe qualcuno, ma già anticipate da Chris Anderson nel suo best-seller “Free”, e ancora prima da Ted Turner che nel 1981, dopo il lancio della Cnn, sentenziò la fine dei quotidiani da lì a dieci anni. Ne sono passati trenta, di anni. E di gente con un giornale sotto il braccio per strada, se ne incontra ancora molta.

Pedemonte, stiamo celebrando i funerali del tradizionale giornale di carta?
«Parlare di funerali è presto, siamo di fronte una malattia grave. Credo che oggi sia superato il modello di business che ha accompagnato i giornali fin dagli anni Cinquanta. Quel modello che ha reso i giornali dei grandi supermarket dell’informazione».

Tra le varie sintomatologie che la portano a ritenere il giornale tradizionale ormai sulla via del declino, quali quelle più gravi?
«Intanto ci sono i dati che parlano. In tutto il mondo occidentale i giornali perdono copie e pubblicità. In Italia nel corso degli ultimi anni si è passato da 6 milioni di lettori a 4 milioni, con una perdita del 32% di copie vendute. Il che significa aver perso un lettore su tre».

La causa scatenante?
«È la perdita della centralità sociale dei giornali. Un tempo le motivazioni dell’acquisto dei giornali erano varie. La gente comprava un giornale per leggere le novità in fatto di moda, per la programmazione di un teatro o di un cinema, per vedere i risultati sportivi o le quotazioni in borsa. Oggi tutto questo è a portata di clic. Basta collegarsi a internet da un pc, da un ipad».

Eppure c’è gente che compra un giornale ancora per leggere i risultati sportivi o la programmazione di un cinema.
«Il numero di persone che compra un giornale oggi va via via diminuendo tra tutte le fasce d’età, in primo luogo tracolla tra i giovani. Questo perché il giornale come lo intendiamo noi non è più il fulcro centrale dell’informazione. Le news si trovano ovunque e il tempo che si dedica alla lettura di un quotidiano si è frammentato».

Quindi se teniamo conto delle preferenze giovanili, possiamo definire le nuove generazioni ormai tecnodipendenti a vita? E questo è un bene o un male?
«Sicuramente ormai i giovani sono così. Io stesso mi ritengo ormai un “tecnodipendente” e non me ne vergogno. Ogni volta che è nata una nuova tecnologia si sono sempre scatenati eccessivi entusiasmi e altrettanti eccessivi catastrofismi. Alla nascita del telefono gli statunitensi erano convinti che questo fosse un ottimo strumento per veicolare i concerti del Metropolitan o le informazioni economiche, quando invece si resero conto che veniva utilizzato dalle massaie rurali per chiacchierare si scatenò uno scandalo nazionale. Lo stesso avviene oggi con internet. La rete ha un lato oscuro e al contempo meraviglioso, è la società che però lo plasma».

Com’è avvertito l’avvento tecnologico negli Stati Uniti e in Europa? Ci sono differenze?
«C’è un impatto diverso per varie ragioni. Nei paesi anglosassoni le persone considerano le tecnologie appendice del loro corpo, e quindi i giornali online diventano un prolungamento delle loro ricerche di informazioni. Ricordo che dieci anni fa a New York signore di ottant’anni discutevano al supermercato di email, alla stregua di come si discute per comprare una pianta d’insalata. In Italia c’è una differenza fortissima. All’estero vige il motto “change is good” da noi il cambiamento è cattivo per definizione».

E questa nostra avversità da cosa deriva?
«Dalla nostra cultura classica. Siamo sempre stati, in primo luogo noi italiani, abituati a rifiutare l’idea che la tecnologia possa cambiare il nostro modo di essere, non accettiamo che sia essa a modificare e a determinare la nostra cultura. Ma questo avveniva anche con Guttenberg quando si riteneva che la nascita del libro avrebbe distrutto la memoria dei giovani. La seconda cosa è il fatto che internet è davvero la cartina di tornasole si una società proprio per la possibilità che ti offre di fare quello che vuoi esprime in maniera immediata la forza e la profondità della società civile. In Usa e in Gran Bretagna stanno nascendo una serie infinita di promozioni nell’uso del web anche tra la pubblica amministrazione. Basti vedere il sito della polizia inglese (www.police.uk) per vedere come inserendo solo il codice d’avviamento postale si possono vedere le statistiche sul grado di criminalità nella tua zona, nel tuo quartiere, strada per strada. E questo è uno strumento essenziale per capire come evolve la società. La pubblica amministrazione italiana tende, invece, a non essere trasparente su internet. Ed è questo che denota anche la debolezza della società civile italiana».

Non crede che l’avvento esponenziale di internet e tecnologie affini possa riportare a galle un individualismo esasperato che lede i rapporti primari tra individui, minando la socializzazione dell’uomo moderno?
«Questo è un fortissimo rischio, ma è la società che determina l’uso di uno strumento. Non siamo più atomi “lobotizzati” che credono o non credono, a seconda del messaggio che viene trasmesso. Manuel Castel dice che la nostra società reticolare è soggetta a due tensioni, quella alla globalizzazione e cioè alla spinta a collegare comunità che solo la rete può mettere insieme e al localismo cioè al fatto che le persone si concentrano solo sui propri problemi dando vita a nuovi ghetti. Non è più dunque un problema di internet torniamo al discorso di quale uso si faccia di questo».

Esiste allora una ricetta per un buon uso di internet? Non sempre si usa il web per cercare il meglio delle informazioni giornalistiche.
«Se ci rendiamo conto che rispetto alla fotogallery sui disordini in Egitto gli italiani cliccano di più quella su Carla Bruni, il problema è solo nostro. Questo non accade negli altri paesi perché negli altri paesi le élite a capo dei più importanti giornali continuano a generare élite. E lo fanno non pubblicando di certo una fotogallery su Carla Bruni. Penso al The guardian o al Washington post. In Italia invece, fin dagli anni Cinquanta venne fuori la necessità di rompere la divaricazione tra alto e basso, culturalmente parlando. L’Espresso iniziò a pubblicare servizi di donne svestite. Ecco anche perché wikileaks ha lavorato sempre e solo con giornali stranieri, spagnoli inglesi, tedeschi, americani, senza proporre le sue inchieste a qualche nostro organo».

C’è qualcosa nel panorama editoriale italiano che salverebbe?
«Non posso rispondere, ci sono dei giornali che senz’altro hanno delle qualità. Il problema dei nostri editori è quello di non aver dato e di non continuare a dare fiducia a internet. Fatta eccezione per Repubblica o anche per il Sole 24ore, molti giornali non hanno riscontro nella rete. Per un lettore internet del Corriere della sera ce ne sono 6-7 della carta stampa. Il rapporto crolla vertiginosamente per i giornali locali, dove il rapporto tra lettori di “carta” e del “web” sta 30 a 1».

Internet qualche difetto dovrà pure averlo?
«Il web è un enorme strumento di diffusione culturale, se poi la gente lo usa per vedere i siti porno… c’è anche gente che va in edicola per comprare solo un determinato genere di riviste».

Nel libro cita Philip Meyer e la sua certezza che i giornali di carta scompariranno nel 2043. Lei una data ce l’ha in mente per la sepoltura del quotidiano?
«Quella di Meyer è un’affermazione che si basa esclusivamente su un calcolo matematico dove gli estremi sono mercato e pubblicità. Io penso che nell’arco di un decennio molti giornali cartacei smetteranno di esistere. Sopravvivranno i fogli centrati su un determinato focus e quelli con un conclamato prestigio. E poi naturalmente quelli che sapranno usare a loro favore la potenza del web».

Foto in hp e nel servizio: Manuela Giusto