Anna Ma, contadini antimaterici

A mezzavia tra Crotone e Cosenza, sulla Sila, c’è San Giovanni in Fiore. Un paesone famoso per aver dato i natali a Gioacchino da Fiore, l’abate che sul finire del Mille si fece portatore d’un millenarismo in odore d’eresia, e aver massacrato la spedizione dei fratelli Bandiera, quando queste terre appartenevano ai Borboni e l’Italia era di là da venire. Ma un posto così, nato da una fara longobarda e isolato da sempre, dove a Natale ancora si cantano gli zugghi e bruciano le fochere e fino a non molto tempo fa si potevano vedere le pacchiane nelle loro vesti tradizionali girare per strada non a uso dei turisti, un posto così, insomma, non può che sfornare qualcosa d’atavico e puro come l’aria che vi si respira.

Anna Ma è degna figlia del genius loci, di questo mondo di pietra ancora permeato di cultura contadina. E pietre e contadini sono al centro delle sue opere: tele che si rifanno ai dettami arcaici d’un tempo senza tempo per narrare, con una figurazione naive, a tratti ingenua, certo distante dai dettami del contemporaneo che suole premiare la sagra del banale più che della porchetta, un tempo più surreale che reale. Una raffigurazione, la sua, che dalla terra, dai sassi, dall’aria trae la matrice creativa d’un simbolismo materico, dall’infanzia contadina l’antidoto per resistere alle fobìe del presente, alle sue adulazioni. Un percorso, il suo, sfociato nella personale a Roma di questi giorni, iniziato da autodidatta. Soavemente, vergognandosi quasi di ciò che dice, di sé racconta: «Disegnare mi piace da quando ero piccina, per i miei diciotto anni mi hanno regalato un cavalletto e i pennelli che neanche ho scartato. Davanti alla tela ero inibita, anche se la voglia di dipingere era tanta. Ma sentivo la necessità di raggiungere una maggiore consapevolezza. È stato fondamentale l’incontro con mio marito: così sono riuscita a comunicare quello che avevo dentro sulla tela, ho iniziato le prime opere, un anno fa, Il salto e La costruzione dell’albero, e a lavorare ai miei personaggi in pietra, come denuncia del materialismo. Oggi la maggior parte delle persone non coltiva il pensiero, l’anima, ma perde tempo a perfezionare la propria immagine e a raggiungere obiettivi come il denaro, il successo. Per questo metto nei miei quadri questi elementi materici: lo specchio, la corda, i sassi. Proprio le pietre rappresentano i contadini, la parte più umile della società che combatte la filosofia del materialismo. Lo specchio, invece, rappresenta l’anima della tela e dello spettatore che così diventa parte dell’opera, mentre la corda è il legame tra spirito e materia».

Pietra, corda, specchi. E contadini, non solo su tela ma anche su fieno, come il manichino presentato nella precedente mostra romana. «È dipinto per metà di bianco e per l’altra metà di nero, riposa su una balla di paglia a rappresentare la battaglia contro il materialismo, ha in mano una maschera coperta di sabbia nera, dagli occhi di specchio, che lo osservano. È stanco di questa lotta, sta per essere sopraffatto». Il costante richiamo alla civiltà contadina, di cui sopravvivono sacche residuali ma indomite nel Belpaese, è una costante nella cifra stilistica di Anna. Un imperativo categorico legato alla propria infanzia che non è solo un richiamo al passato, nostalgia di un tempo perduto che si va smarrendo, ma il tentativo di guardare a un diverso futuro possibile. «Sono cresciuta coi miei nonni contadini, amo quella realtà perché è autentica, oggi ci sono poche persone che si dedicano alla terra, i più la sporcano. Rievoco un tempo passato ma credo che l’uomo raggiungerà una soglia dove si renderà conto che non potrà andare avanti e tornerà alle sue origini. Quelle del mondo contadino, appunto». Nostalgie arcadiche a parte, alle sirene dell’oggi guardano molti suoi lavori. «Nella fabbrica delle marionette, ad esempio, ci sono personaggi appesi che conducono la loro esistenza in un tempo non reale: sono attori, marionette tirate dall’altro, recitano appese a un filo, manovrate. Molti, oggi, non solo perdono tempo dietro a ciò che indicavo prima, ma conducono una vita non consapevole, una falsa esistenza e quest’opera ne è un esempio: una fabbrica di marionette come oggi ce ne sono tante. Un altro lavoro a cui tengo molto è La costruzione dell’albero. Anche questo, che dovrebbe essere della vita, dà frutti di pietra, e il contadino, anch’esso fatto di pietre di mare che raccolgo e scelgo una a una, combatte il materialismo grattando il cemento. Ettore Fieramosca, invece, è la storia di un cavaliere che si getta da un dirupo con un cavallo in una notte di tempesta dopo una delusione d’amore, uscendone vivo. Così dicono». N

essuno muore d’amore, insomma, anche se si può uscire con le ossa rotte. Ma cosa si aspetta la giovane calabrese da questa mostra capitolina? «Il consenso del pubblico, della borghesia colta, non quella che critico nelle mie opere, la gente pronta a vendere anche l’anima per arrivare dove vuole, avere un po’ di visibilità. Come le madri che nelle trasmissioni vestono le figlie come donne adulte, bambini che salgono su un palco disinibiti perché cresciuti davanti a uno schermo. Sono figli della televisione, questa è la loro mamma. Questo un po’ mi spaventa, io mi sento a disagio anche davanti a una macchina fotografica».


L’ARTISTA

La fantasia in forma di opere

Anna Ma (Anna Saccomanno) è nata a San Giovanni in Fiore (Cosenza) il 14 dicembre 1982. Resta nella cittadina silana fino all’età di diciotto anni, diplomandosi all’istituto d’arte. Si laurea all’università della Calabria, a Cosenza, in Storia e conservazione dei beni culturali. Autodidatta, dopo la prima personale nella sede romana dell’associazione Una strada per l’arte torna a esporre a Roma nella mostra a via Frattina. Di lei il critico Francesco Barbagallo dice: «La fantasia è una dote che un artista dovrebbe avere per natura, altrimenti si producono opere di artigianato. Anna Ma è un’artista che possiede fantasia. Usa sovrastrutture materiche, cromatismo, allineamenti luminosi, con la fantasia che si estende persino nella forma delle opere. Potremmo accostarla al surrealismo degli anni ‘30». Tra le esposizioni in programma mostre a Todi, Benevento e Orvieto. Sposata, vive e lavora a Roma.