Cricchi, l'eleganza dell'eros

Il valore della fotografia di moda risiede nella palpabilità della superficie del soggetto ripreso, non nella sua essenza. Vende, rimandando a tutte quelle peculiarità ataviche insite nell’animo umano che stimolano il desiderio ossessivo di possedere l’oggetto disegnato. Commerciale, per l’appunto. L’arte è ben altra cosa. Eppure, nell’epoca delle contaminazioni, non si può essere così rigidi. Anche la fotografia patinata può essere rivisitata e reinventata: messa, insomma, al servizio di un processo creativo. Lo hanno fatto David La Chapelle, Oliviero Toscani, Juergen Teller, affermandosi a livello internazionale.

Lo sta facendo Angelo Cricchi, prendendo strumenti e tecniche della fotografia “fashion” per metterli a disposizione di un progetto d’arte che pone come elemento essenziale la donna, non più oggetto sterile, ma soggetto visceralmente vivo e pulsante. Per l’artista il femminile è «una forma primigenia di essere naturale e indistinto. La donna rappresenta il regno della natura, l’uomo quello delle idee. Il ritratto mi permette di esprimere il mio rapporto col mondo circostante, popolato da soggetti femminili». Il progetto “in rosa” di Cricchi parte con un tema forte e originale, la sua fortunata “Gloomy sunday”, una serie di ritratti immaginari di celebri donne suicide, reali o prese dal mondo artistico. E convince. Convince l’originalità situazionale e l’idea di base, nonché la disperazione che serpeggia tra i soggetti, condannati a recitare una fine tanto illustre quanto macabra. Poi, tra i vari progetti, decide di trasformare l’afflizione suicida in erotismo da salotto, nella “Misty Beethoven erotic parade”. Un viaggio tra i desideri erotici di dodici peccatrici di ieri e di oggi, accomunate da una sensualità prepotente negli intenti, ma che rimane alla fine docile e pacata. La tecnica trasuda perfezione e i soggetti appaiono leziosi, nonostante la scelta sia ricaduta, in alcuni casi, su bellezze di un mondo “underground” non più così “under” (Suicide girls e Burlesque performers), ormai dissonanti icone commerciali di stile (anti)convenzionale.

Cricchi, però, non si definisce un fotografo erotico, né tantomeno pare attratto dall’idea di indagare le frontiere della porno arte: «Non sono interessato al fetish, né tantomeno al porno. In generale, non sono interessato ad immagini intese come fotogrammi che mostrino il consumo dei corpi. Se invece per erotismo intendiamo la ricerca di completezza, il colmare il desiderio e rappresentare l’immaginario allora siamo nel mio campo. Le mie icone femminili sono, quindi, erotiche in questo senso, sia che rappresentino sante, pornostar o suicidi letterari». Nelle fotografie di Cricchi si fonde l’energia patinata della pubblicità con una ricerca artistica sulla mutazione del femminile nel tempo e nello spazio, tra reale e immaginario. I cliché più comuni vengono messi in mostra attraverso immagini eleganti, che non disturbano né sconvolgono. Contrasta, quindi, la trasgressività dell’idea con la sua realizzazione. Ma la donna di Cricchi ha una bellissima qualità: rimane donna. È romantica e fragile, delicata e ammiccante. Potrebbe sovreccitare, ma non lo fa. Incarna desideri perversi privati della loro perversione. E il suo erotismo viene fuori da sé, spontaneo e non mercificato, simbolo di quella natura che l’artista trasforma in arte.