Cerullo, la perdita dell'innocenza

Molti di noi hanno imparato a conoscere Scampia attraverso le parole della Gomorra di Roberto Saviano e le immagini dell’omonimo film di Matteo Garrone. Il quadro che ne risulta assomiglia a un girone infernale, anche se forse l’arte ha lavorato per edulcorare una realtà che è ancora più angosciante. Sull’onda della scia emotiva provocata dai due autori l’attenzione pubblica, a volte non esente da una certa dose di morbosità, nei confronti del quartiere napoletano tra i più difficili d’Italia è cresciuta e ad arricchire il mosaico delle opere riguardanti Scampia si è aggiunto di recente il reportage illustrato di Davide Cerullo: Ali bruciate.

Un libro, accompagnato da una mostra fotografica, in cui l’autore si racconta tra parole e immagini, portando alla luce un destino comune a centinaia di ragazzini nati e cresciuti a Scampia e al quale lui stesso non è riuscito a sfuggire: l’esperienza precoce del dolore, della povertà, la ricerca di un riscatto facile e veloce nelle file della camorra organizzata, la droga, il carcere e poi per qualcuno la salvezza, complice il messaggio cristiano. Cerullo ha una famiglia che non esiteremmo a definire normale, vive grazie al lavoro di camionista ma senza trascurare le sue passioni: fotografia e poesia. Ed è proprio una sua poesia ad accoglierci alla Casa della memoria, dove una mostra s’è chiusa il 22 ottobre: amara, in dialetto stretto, proprio come i denti di quanti ogni giorno devono sopportare la realtà di Scampia, un quartiere avaro, che non dà niente all’infuori delle cadute e della morte: «Quanno nascette, niente aggio avuto/ E in chisto posto, solo cadute/ Mo songo vecchio/ e in chisto posto niente me resta/ perché niente m’ha dato, solo cadute». E poi ancora: «Pe’ chi vò cagna’ luntano ‘a dda sta’/ a chisto posto ca morte te da».

Poi Cerullo lascia parlare le immagini: asciutte, essenziali, mai didascaliche, esenti da quella tragicità patetica che spesso caratterizza anche i migliori reportage quando raccontano le storie dei disperati del mondo. Gli occhi del fotografo non sono quelli di chi guarda ai bambini di Scampia come a un curioso oggetto su cui confezionare un patinato documentario per famiglie perbene, sono piuttosto quelli di chi ha il corpo e l’anima intrisi della realtà di quel quartiere e attraverso quegli occhi e quei volti rivive le proprie peripezie. Circondati solo dallo squallore, i bimbi con le ali spezzate non appaiono mai spaventati, arrabbiati o disperati. A turbare è la loro espressione adulta, un’aria vissuta che si trasforma in pose e atteggiamenti da piccoli soldati o banditi.

Il libro, stampato per le edizioni Paoline, arricchisce le immagini con una lunga conversazione tra Cerullo e don Alessandro Pronzato, prete e scrittore. Non casuale la scelta dell’interlocutore: proprio grazie al Vangelo, trovato un giorno sulla propria branda al rientro dall’ora d’aria, l’ex bambino-soldato ha trovato la spinta per uscire dal girone di Scampia. Pronzato fa da levatrice ai ricordi dolenti di Cerullo e il testo si dipana lungo una sequenza di squarci di vita e di morte, per approdare alla speranza e alla ricerca di una ragione valida per tentare lo sforzo di cambiare vita. Fondamentale nel percorso una donna, Patrizia, moglie del fotografo. Davide Cerullo è un sopravvissuto ma non dimentica chi non ce la fa: l’intero lavoro, oltre a rappresentare una sorta di risarcimento personale, è un chiaro invito a non scordare quanto accade poco fuori dai nostri quartieri e la sede della mostra, la Casa della memoria e della storia, non è certo casuale.

Articoli correlati