Il ruggito della bianconiglia

Già vedere una ragazza con una testa da coniglio aggirarsi per i meandri di una fiera d’arte contemporanea è stravagante. Se poi è vestita solo di un lievissimo strato di pittura lattea allora lo sconcerto sale. Questo è avvenuto durante l’ultima giornata di “The road to contemporary art”, la fiera di arte contemporanea tenuta a maggio nell’ex matattoio di Testaccio, a Roma. L’artefice della bizzarra performance è Franco Losvizzero, non certo nuovo alle provocazioni, soprattutto quando si tratta di “giocare” con il pubblico, come ammette lui stesso: «Mi piace avvicinare lo spettatore, fargli abbassare le barriere di protezione. Solo quando siamo rassicurati siamo esposti ad emozioni più profonde. Il bambino che è dentro ognuno di noi esce fuori, poi la malinconia, il mostruoso, il grottesco prevalgono e gli occhi si aprono verso un panorama interiore che appartiene a tutti: sono inquietudini sopite che appartengono al passato, nostro e dell’umanità».

E in effetti le sue opere sono candide favole animate d’inquietudine, frammenti di infanzie segnate da turbamento, un percorso che porta indietro negli anni, ma in una nuova prospettiva: «Risalendo all’infanzia cerco di andare oltre e pescare nell’inconscio. Le favole sono portatrici di significati potenti non solo per un bambino. Viaggio nei sogni, nelle paure ancestrali e nei traumi infantili pescando immagini simboliche». L’iconografia che utilizza Losvizzero ha in sé un misticismo ancestrale e pagano, immagini che indicano un’origine comune del mondo e degli uomini, un’umanità che è accomunata dalla nascita e dai tumulti dell’inconscio, oltre che da una malinconia innata. Una vena artistica, la sua, che ammicca alla corrente simbolista, ma soprattutto a un’introspezione continua, a un rimuginare sull’inspiegabilità dell’esistenza, su domande che non hanno risposta e sfociano nella frustrazione e nel turbamento: «Attingo dalle maschere africane ai riti magico-esoterici che da sempre hanno sconvolto e guarito le anime dei nostri progenitori, degli antenati. Come nella Cacciata dei progenitori dall’Eden di Masaccio». Anche l’eros di un’opera come Girotondo – con l’inserimento di un euro il cavallo meccanico si attiva, con tanto di accompagnamento musicale, e gli spettattori possono cavalcare l’opera a condizione di essere nudi – si permea di sfumature particolari, quasi intangibili, che intrecciano il sentirsi esposti nella propria nudità a un gesto che è tipicamente fanciullesco.

È come rivisitare i ricordi in una nuova concezione che travalica le convenzioni socialmente accettate. E questo porta all’inquietudine che è alla base della poetica dell’artista, visibile persino nei suoi lavori fatti di un materiale plastico ceroso che rende le figure indefinite, come mutilate e deformate dai turbamenti alla base della vita dell’individuo: «Ciò che scavo nell’inconscio appartiene a visioni ancestrali che ci accomunano tutti». E il bianco è un ossimoro, un colore «essenziale che riflette come uno specchio» e rende onirico questo circo infernale, ponendolo come linea di confine tra il mondo vero e quello della finzione, tra sogno e realtà.


L’ARTISTA

Pittore, scultore e regista, una candida tempra il suo marchio di fabbrica

Franco Losvizzero è nato il 21 maggio 1973 a Roma. Formatosi in pittura all’accademia di Belle arti capitolina, successivamente frequenta la Thames Valley university di Londra, per poi diplomarsi in fotografia all’Istituto europeo di design. Losvizzero si distingue nel panorama artistico per la duttilità delle sue opere che spaziano dalla pittura alla scultura, dalla fotografia alle videoinstallazioni, fino ad approdare alla meticolosa lavorazione del vetro e alla robotica. Particolare l’uso che fa di congegni meccanici, le sue ibridazioni tra giocattoli pop e umanoidi surrealisti. Visionario, fiabesco ma contaminato da una vena orrorifica, il suo marchio di fabbrica è la candida tempra che contraddistingue il suo lavoro. Presente a vari festival come regista, espone le sue opere in tutto il mondo.