Stefania Tallini

Quartiere Appio Latino, un pomeriggio romano di questa primavera piovosa come mai. Bionda, occhi scuri. Sguardo intenso, mani che si muovono sinuose sulla tastiera, sprigionano le note dell’Illusionista. Suoni che toccano nel profondo, come la sua voce, un po’ dura ma pronta ad aprirsi in una risata liberatoria. D’una allegria sofferta le note, il tono. Con semplicità, forse la sua vena più vera, essenziale, Stefania Tallini è – come si direbbe con una frase fatta – un astro nascente nel panorama musicale jazzistico (e non solo) italiano. Bella e brava, per dirla in modo chiaro e banale.

Parliamo di te, del tuo percorso. Ti paragonano a Carla Bley.
«Sì, mi è arrivata questa voce, è un onore, ma il mio linguaggio è più lirico, trovo il suo più asciutto, schematico. Mi serve morbidezza, respiro. Ho bisogno che le onde si muovano. Mi sono avvicinata alla musica a quattro anni e mezzo, il primo spunto è venuto da un organo che sentivo, non in chiesa ma nel cortile del palazzo dove stavo, a Prati. C’era un liutaio che li aggiustava, suonava sempre Bach. Un giorno mi sono trovata con mia madre in un negozio di strumenti e mi sono avvicinata a un pianoforte, la tastiera destinata a mia sorella è diventata mia. Ho cominciato così, a orecchio. Poi ho fatto il percorso classico anche se il primo amore è stata la musica brasiliana che oggi ho ritrovato, ma ho sempre amato il jazz, o meglio la musica improvvisata. Inventavo pezzi, il jazz è stato il portone verso l’improvvisazione, l’invenzione, la libertà di essere me stessa. Nel 2002 è uscito il mio primo disco, questo è il sesto. E anche il mio primo piano solo, un traguardo tosto, necessario a livello emotivo. Non sono una jazzista secondo i canoni classici, all’inizio questo mi dava un senso di inferiorità ma adesso sono contenta, mi sento io. Pianista, compositrice e arrangiatrice. Stefania».
“The illusionist”, l’ultimo disco, non è solo piano ma anche un lavoro concettualmente particolare. Ce ne parli?
«Non è stata tanto una scelta di carriera quanto mia, un’esigenza profonda. Per la prima volta ci sono pezzi dove manca l’improvvisazione, ho cercato di renderli più sensibili, profondi. Sono canzoni arrangiate e in qualche modo chiuse. È un discorso di espressività, tocco, come se questo potesse diventare un mio prolungamento. In una parola è un lavoro di cuore».
Anche perché è dedicato a una persona cara scomparsa da poco, uno dei tuoi cinque fratelli.
«Sì, ma non ne vorrei parlare. È una dedica privata».
Parliamo del titolo, allora. Perché L’illusionista?
«È una dedica, appunto. A volte il musicista può essere un mago, può far sognare perché arriva al fondo del cuore. Mi piace l’idea di un illusionista che giochi coi suoni e questi derivino dalla verità di ciò che sente, non chi illude, magari coi virtuosismi, l’escamotage. Non cose destinate a sparire, ecco».
Vinicio Capossela fa dire al domatore, uno dei suoi personaggi musicali: l’illusione è tutto nella vita. Poi la tigre lo sbrana.
«Sì, l’illusione è tutto ma dev’essere vera, non voglio pensare che poi ci sia la delusione. Illudersi è fondamentale ma non con un senso negativo, dev’esserci la speranza, una ricerca di possibilità».
Questo cd si avvale della collaborazione di un artista, come altri in precedenza.
«È stata una cosa inaspettata, neanche pensavo di fare questo disco. Era un periodo molto difficile della mia vita, venivo chiamata per concerti di piano solo, uno dei quali alla libreria Amore e Psiche di Roma che ha fatto sbloccare tutto, la musica è tornata, è stato lì che ho deciso di farlo. Era presente Alessandro Ferraro che, a mia insaputa, si è seduto in un angolo e si è messo a disegnare sulle mie note. Alla fine è andato via senza salutarmi, lasciandomi dei disegni bellissimi, ognuno ispirato a un brano. Vederli è stato come vedere quello che mi era successo, la musica mi è ritornata addosso come un’onda. Aveva colto esattamente il clima di ogni pezzo, così li ho inseriti nell’album, e in più ha fatto la copertina. È stata una grossa spinta per fare questo disco. E la cosa che mi piace di più è che sia stato tutto spontaneo, imprevisto. Ma non sono nuova a queste collaborazioni, ho lavorato con Barbara Sbrocca in tre dischi, lei mi ha anche dipinto la casa, qui vedi opere sue. Ecco, io adoro quella: Linea spezzata. Questo lavoro, oltre agli inediti, contiene anche tre brani usciti già in Pasodoble, col suo catalogo, più altri due presenti sui miei primi due dischi. È stato come se avessi voluto riprendere alcuni fili della mia storia».
I tuoi lavori sono aperti ai contatti tra le arti e gli artisti anche nel futuro? Progetti?
«Mi piace l’arte come movimento, amo molto quella del ‘900, le contaminazioni come nei progetti teatrali che sto portando avanti su Kafka, Lorca e Neruda. Lo scambio, il confronto con altre arti e artisti mi mette la vita dentro. Mi piacerebbe realizzare un cd in quartetto con Paul Mc Candless. Ma quello che penso adesso non sarà più vero fra un anno, il tempo minimo per un nuovo disco. Ora sono concentrata su questo e su un viaggio in Brasile, ci sono stata una volta e sto per tornarci, c’è tanta musica da assorbire. “The illusionist” viene anche da lì, quella realtà mi ha cambiata molto, sia umanamente che musicalmente».
Il 7 luglio presenti questo disco al festival jazz di villa Celimontana, nella capitale. Cosa vorresti che arrivasse al pubblico di un lavoro così importante da un punto di vista personale?
«L’emozione che ho provato nel registrarlo. Per me è stata una catarsi, una trasformazione. Che piaccia o meno, vorrei che passasse l’essenza di questi pezzi, la mia. Come ho scritto nelle note di copertina, con “The illusionist” cercavo l’essenza della vita. Se arriva questa sono felice».
E qual è l’essenza della vita?
«Sentire tutto profondamente, senza scappare, senza paura. Quindi anche il dolore, le brutture. Ma i rapporti umani sono meravigliosi. Questa è l’essenza: la bellezza dell’umanità. Poi quando è brutta, ciao».