Giorgio Ialongo


Le fotografie di Giorgio Ialongo sembrano più un ricordare che non un vedere: sembrano tempo cioè; pensiero più che spazio. Il ricordo, interrogato, del colore ritiene unicamente i toni che gli siano leali; scardina le composizioni offerte dalla piena luce; talvolta sin’anche riduce ambienti naturali a collezioni di dettagli: il nesso tra questi, verità. Così Giorgio ci rappresenta il ricordo d’epoche in cuor suo certe, originali; ricorda perfezioni previe, alle quali ognuno dovrebbe venire restituito, perfezioni che nessuno ormai cerca. Una moltitudine di persone sembra abituata alla propria percezione del circostante confidando anzi nella permanenza di tale supposto circostare, tesa qual è a perseguitare soddisfazione di bisogni (che per contro scruta, disamina ma desidera quasi). Tale “tensione” soventi volte sfigura e storce l’umano, ma questa è cosa da raccontare altrove…
Nelle opere di Ialongo impera l’infelicitante cognizione di questa deformità dal vero (col sospetto questa colpisca anche lui), dal dovuto e dal possibile, in vario modo ferente maggior parte delle persone. Un’immagine dal colore intero, naturale, risulterebbe scontata e abituale. Eppure, virato il colore, declinata la fotografia di tutta l’inquietudine dell’artista e risultatane una visione onusta e avulsa dal mondo, non sapremmo puntualmente additare una condizione di difformità: non sapremmo cosa in vero stia togliendo quel che Ialongo mostra a quel che, con tiepida usualità, ci conforta come normale e naturale; intuiremmo purtuttavia quel che Ialongo insegna, vorremmo dunque guardare con forza. Difatti, ogni immagine in questa collezione asserisce l’insufficenza dell’orbe all’essere umani, alla persona (intesa quale modo in cui un essere calzi il proprio corpo, intesa quale esito d’un intelletto che considera se stesso). V’è altro, intimo, del nostro esistere. Il mondo, scena cui si è malamente abituati, è luogo del nostro pensiero; calza i nostri sensi strettamente, urgendone la percezione e professandosi strumento non finalità, rivelandosi parte e non ambiente delle nostre coscienze.
Con l’esposizione di questi lavori nel museo Emilio Caraffa di Cordoba, in Argentina, si vuole proporre lo sguardo agghiacciato e distante di chi rilutta appartenere al mondo tal quale viene offerto ai sensi; si vuole proporre uno sguardo che pure intravede smagliature nella rete, vie di fuga dall’armonia proposta quale cognizione e abitudine, vie che l’artista significa con quel nitore mancante nei restanti scatti.

VIERI SORACE MARESCA

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