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Everything I know


Nel 1817 l’Arciduchessa Leopoldina d’Austria, donna colta e appassionata di scienze naturali, intraprese un viaggio verso Rio de Janeiro per sposare Don Pedro di Bragança, Principe ereditario del Brasile e del Portogallo. L’ artista è da poco rientrata dalla sua traversata contemporanea, nata con lo stesso spirito che aveva condotto la Principessa nel Gran Pais e la intervistiamo per farci raccontare le sue impressioni più profonde in questo momento della sua esperienza artistica. Perché non è stato un viaggio come un altro…
 
Il viaggio, un tema da letteratura eppure sempre più contemporaneo in un mondo che prova a dirsi ”senza barriere”, e un motivo di crescita per un’artista che vuole approfondire la propria ricerca scoprendo e vedendo spazi e cose nuove. Svelaci il tuo: originale e suggestivo. Quali erano le tue aspettative, quali le scoperte. Quali i punti di forza, quali quelli di debolezza.
«C’è una frase, scritta per introdurre il mio diario di bordo, che credo riassuma la prima parte della domanda: ”Questo viaggio lo avevo già fatto nella mia mente, e adesso che la nave sta per salpare sono curiosa di capire se quello che ho immaginato esiste davvero, ma soprattutto di scoprire ciò che la fantasia non è in grado di costruire: la realtà”. Tutta la fase che ha preceduto il momento della partenza è stata infatti alimentata solo da immagini e pensieri raccolti frequentando la letteratura, la musica, la storia e l’arte, ma non c’era un briciolo di esperienza. Ci sono cose (poche) che è più bello vivere che immaginare, e tra queste inserisco la mia traversata oceanica. Era cristallizzata nel collage fatto nel 2014: una nave cargo, la felce come grande albero e l’effige di Leopoldina sulla prua. E poi ero così presa da organizzare tutto, invitare gli artisti e gli scienziati, che questa immagine ferma, col mare calmo, mi rassicurava. Se avessi saputo prima la difficoltà di certi momenti, forse non avrei dedicato tanta energia al progetto, quindi è un bene che sia partita senza avere la minima idea di cosa mi aspettasse. Da un’intervista fatta al Capitano (tra le varie azioni svolte a bordo) emerge proprio questa grande differenza tra l’idea romantica che si ha del viaggio in mare rispetto a chi naviga per professione. Posso dire che ho avuto un punto di vista privilegiato, che mi ha permesso di navigare sul crinale degli altri due, una sorta di terzo occhio con cui guardare il mare pur lavorando. È stato un viaggio così importante da risultare, letteralmente, lo spartiacque della mia vita. 33 giorni così potenti da doverli collocare in una dimensione altra, da cui attingere energie emotive ma che c’entrano poco con l’esistenza sulla terra, pur nutrendola. È stato un continuum di aria, acqua, modulazione di cieli e nuvole sugli orizzonti. Lì dimentichi presto quasi tutto, ci sei tu, l’equipaggio, il mare: e ogni aspetto della vita di bordo circola in questa triangolazione. Quando nel 2012 – invitata da Silvana Vassallo a pensare un progetto dedicato all’Orto  Botanico, poi prodotto da Galleria Passaggi - ho immaginato di ripercorrere il viaggio di Leopoldina, il focus era il rapporto arte scienza, e in particolare la botanica. Al momento della partenza – resa possibile grazie al supporto di Ines Musumeci Greco, a fine 2017, mi sono resa conto che l’idea del progetto era in linea coi maggiori temi in agenda, nell’arte e nell’attualità (vedi anche il titolo di Manifesta 12) e che il viaggio stesso, con il portato di drammi, sofferenza e violenza a cui assistiamo ogni giorno, non poteva più avere una connotazione neutra. Il Capitano, in una delle nostre prime conversazioni, mi ha detto che l’Oceano è di tutti e di nessuno, questa affermazione ha accompagnato le azioni e le riflessioni dell’intero viaggio, ed è il fondamento dei prossimi lavori».
 

Per traversate così lunghe il diario di bordo è fondamentale per ricordare e per prendere nota di impressioni forti in quel preciso momento e utili anche dopo, nella vita. Quali sono state le tue osservazioni più intense, quali tra quelle che vuoi e puoi raccontarci…
«In effetti la cosa che succede in viaggi in mare così lunghi, è la perdita del senso del del tempo, anche se paradossalmente a bordo ci sono orari precisi che scandiscono tutto, forse proprio per compensare. Riesci a capire che giorno sia solo dal tipo di menù e dalle tappe in calendario. I giorni, le settimane, diventano una linea difficile da frammentare e distinguere solo con la memoria. Da qui la necessità di scrivere un diario di bordo, quasi una reazione fisiologica alla paura di smarrire le coordinate spazio-temporali che ci tengono ancorati alla realtà. Sin dal primo giorno anche Silvana (S. Vassallo) che mi ha accompagnata durante la traversata ha iniziato a tenerne uno. A questo si aggiunge che senza distrazioni esterne tutto si amplifica, e così il dialogo con se stessi diventa come il tempo, un continuum. I naviganti dicono che tutto ciò che accade sulla nave resta lì, e lo capisco. È difficile tradurre un’esperienza fatta a bordo, è come parlare un’altra lingua. Posso dire che non dimenticherò mai la curiosità con cui l’equipaggio ha accolto il progetto, la disciplina e la serietà con cui mi ha supportato. Penso in particolare a Cime Ventose, la performance realizzata in pieno Oceano unendo tra di loro da prua a poppa le cime delle decine di bandiere di nazionalità diverse presenti nella bacheca del bridge. Un ”Gran Pavese” in movimento, che celebra l’unione tra popoli, a cui gli ufficiali hanno partecipato aiutandomi coi permessi, i nodi nautici e l’installazione. È stato incredibile vedere tante bandiere sventolare in mare aperto, in quel momento il vento soffiava fortissimo e tutti sembravano felici».

Giorni e giorni di navigazione, nuove ed inaspettate conoscenze – poiché, oltre a Silvana Vassallo, non eravate le uniche e viaggiare – ma immensi e sconfinati dedicati al silenzio e alla forza della natura. Raccontaci l’ immagine che ti è rimasta e che ancora sta navigando dentro di te.
«Con me e Silvana c’erano tre coppie di passeggeri diretti in Sud America con la loro jeep al seguito, e naturalmente l’equipaggio. La nave è una città galleggiante: gli spazi ristretti e condivisi, gli orari comuni dei pasti, il fatto che non ci siano distrazioni di alcun tipo, ti portano a incontrare le stesse persone decine di volte al giorno, e così in breve tempo ti ritrovi a stringere amicizie sincere. Di immagini ce ne sono tante, per esempio il momento in cui dalle nuvole è sbucato il Corcovado, o ancora il senso di spaesamento e di paura assoluta provati affacciandomi in una notte piovosa sull’abisso nero dell’Oceano, e quando ci siamo allontanati dall’Africa iniziando la traversata Atlantica e il mare era così calmo da sembrare un drappo si seta celeste appena increspato da un vento lieve. Forse però l’immagine che ancora naviga con me è la meraviglia di vedere attraverso il sestante la luna che si allinea all’orizzonte. Significa sapere dove si è, esattamente, in quel momento».

L’acqua è un elemento importante all’interno di Everything I  Know – (Tutto ciò che so). Un’ innovazione all’interno del tuo percorso artistico e sul quale, forse, stai riflettendo. Pensavo all’ acqua, guardando la grande immagine della nave (ormai simbolo del progetto!), all’acqua come materia in movimento e dal forte impatto, soprattutto quando scorre, e pensavo che non si allontana molto dai movimenti delle tue installazioni vegetali, come nel Il Giardino di Maresa, ma non solo a questo. Ecco, stai immaginando un nuovo lavoro con l’acqua e i suoi movimenti?
«È vero, non ci avevo pensato! In effetti il movimento delle acque è assimilabile a quello delle foglie, perché a generarlo è una energia invisibile e comune, il vento. L’acqua sarà l’idea portante del prossimo lavoro, e non ne ho ancora parlato con nessuno perché non c’è alcun segno formalizzato, solo una immagine che rimbalza viva da un po’ di tempo, legata a varie recenti suggestioni. Ci sarà ancora una volta il rapporto tra arte e scienza, tradizione e contemporaneità, iconografia del passato e machine learning».

Tutto ciò che sapevi fino a prima di salpare, tutto ciò che hai saputo poco dopo l’arrivo in Brasile.
«Che siamo ciò che sappiamo, che bisogna sempre sentirsi su una nave cargo».

 

 

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