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Matteo Fato

Oltre ogni tempo e dimensione, la pittura, il linguaggio più semplice ma anche il più pericoloso

Matteo Fato, classe 1979, unisce la sua carriera di artista visuale a quella di docente dell’Accademia di Urbino. Il suo media privilegiato è la pittura, ma presta grande attenzione anche alla sua collocazione nello spazio e dà vita ad ambienti artistici curati in ogni dettaglio, in cui l’uso del bianco ricopre particolare importanza.

La tua prima esposizione importante è stata nei primi anni di studio all’accademia di Urbino.
«Esporre così presto è stata una fortuna ma anche una sfortuna: non ero pronto per assumermi la responsabilità di mettere al mondo immagini. Bisogna essere sicuri di volerlo, allora era troppo presto per saperlo. In seguito ho sofferto molto per capire e accettare questo fallimento, ma forse è stato importante soprattutto per questo; fallire significa anche imparare a osservare e osservarsi, quindi a conservare».

Quando è arrivato il momento giusto per uscire?
«Non so se sia arrivato o se deve necessariamente arrivare, ma nel tempo si è formato qualcosa che posso difendere e dire che mi appartiene. Per quanto mi riguarda fare una mostra significa anche poter dimenticare, quello è il momento giusto per dichiararsi. Ho imparato l’attesa, perché è importante conservare anche il ricordo di quello che accade prima di un lavoro e aspettare che nasca naturalmente la necessità di realizzarlo. Una volta raggiunta questa consapevolezza, cerco di dimenticarlo così da poterlo conservare veramente. In pittura l’emozione per me non deve mai prendere il sopravvento».

La tua è una sperimentazione molto varia e versatile.
«Per un pittore la cosa più rischiosa è essere troppo sicuro di quello che fa. Ho indagato l’incisione, il disegno, la video-animazione e soprattutto la pittura cinese su carta, legata alla calligrafia. Nel caso di quest’ultima è stata principalmente una ricerca di disciplina. È un linguaggio che ti costringe a trovare delle tue regole, così come con l’incisione: se non segui determinati procedimenti, il risultato non è quello che cerchi. È anche una metafora dei processi artistici. Queste regole, una volta tue, possono essere spezzate e quindi capite».

Ed è in questa fase che ha iniziato a pensare all’installazione?
«Lo studio della pittura cinese mi ha portato a ragionare sullo spazio, sull’installazione per la pittura. Mi ha fatto capire che il bianco in realtà era il vuoto su cui lavorare. L’artista cinese Shitao diceva proprio questo: per un pittore il bianco è il colore più importante, il più pericoloso, che ti pone davanti a un baratro e quindi a delle scelte. Da lì ho iniziato a riflettere su come il quadro deve essere collocato nello spazio che lo circonda».

Dedichi molta importanza anche allo spazio attorno alla pittura.
«Devo predisporre il luogo in cui la pittura dovrà essere accolta. Per me è stato fondamentale lo studio di Giorgio Morandi e, soprattutto, l’osservazione del tavolo su cui posava le sue bottiglie: per ognuna veniva tracciato un segno per ricordare il loro passaggio. Quello secondo me è un lavoro bellissimo, ci parla del rapporto con la realtà. Allo stesso modo ogni quadro deve trovare la giusta posizione nella memoria dell’architettura che lo ospita».

Come e perché passi dal figurativo all’astratto?
«Per me è molto difficile definire se un’immagine è astratta o no. Forse lo sono tutte e non lo è nessuna. La verità di un’immagine in pittura si trasforma in un linguaggio che trascende il reale. Quello che mi interessa è l’analisi di un’intesa tra immagine e parola; del momento appena prima che il segno diventi linguaggio riconoscibile. Un bilico rappresentativo in cui il linguaggio viene addomesticato e disciplinato affinché possa trovare posa sul limite della realtà. Forse la pittura crea sempre una realtà nuova, quindi in qualche modo è sempre astratta ma non lo è mai».

Qual è il rapporto che ha con i suoi luoghi di formazione, come Urbino?
«Ho studiato a Urbino, poi ci sono tornato come docente. In questa città recentemente ho presentato un progetto Eresia (del) Florilegio, conclusosi a maggio 2018 e curato da Umberto Palestini nella Galleria Nazionale delle Marche, che aveva una storia importante, anche questa legata alla memoria: parlo dei tre cavalletti, sviluppati nell’arco di sei anni. L’ispirazione è nata da un sedicente cavalletto di Raffaello che ho riprodotto a memoria, come fosse un simbolo. Mi interessava portare nel luogo installativo il processo stesso della pittura, cercando di allargare la prospettiva e privare l’opera del suo aspetto bidimensionale e della visione puramente frontale».

Sembrerebbe, però, che il tuo media privilegiato sia la pittura.
«Sono un pittore, qualsiasi cosa realizzo rappresenta una parola della frase che cerco di formulare attraverso la pittura. Per me la pittura è l’unico linguaggio che anche nelle varie crisi di sistema non cessa mai di essere contemporaneo, perché forse allo stesso tempo è il più semplice e il più pericoloso. Proprio per la storia che abbiamo, da italiani, bisogna affrontare il nostro tempo consci di cosa è successo in passato; solo così possiamo vivere nel nostro tempo e tentare di osservare il futuro. Dedico molto tempo alla preparazione della tela, mi piace portare all’estremo il processo di preparazione, oltre che per puntare a una resa tecnica che mi interessa, diviene soprattutto un’attesa che definisce la distruzione/costruzione dell’immagine».

BIO
1979
Nasce il 21 novembre a Pescara
2009
È professore all’Accademia delle Belle Arti di Urbino
2010
È scelto come artista italiano per la ArtOmi di New York
2012
Conclude la residenza nella Dena Foundation for Contemporary Art di Parigi
2015
Partecipa alla residenza d’artista del Nordic Artists’ Centre Dalsasen in Norvegia

BOX
Iniziata nel 2015 e conclusa nel 2018, (will o the wisp) è l’opera finalista di Matteo Fato al Talent Prize 2018. Il bianco e il nero, così come la campitura compatta dei colori, sono una riflessione sul rapporto tra oggetto e immagine, tra rappresentato e rappresentazione. “Contro la singolarità e l’impossibilità dell’unicità – spiega il critico Gianni Garrera – Fato esegue indagini sul rimando continuo, sul mistero della concomitanza; esegue confronti tra ordini di realtà, posti in reciproco rapporto con la mediazione della pittura”. Importante è per Fato superare il rapporto unicamente frontale che solitamente si ha con l’opera pittorica: l’invito è di oltrepassare la bidimensionalità e osservare l’opera nel suo ambiente. Si crea così un nuovo naturalismo, in cui è non è l’arte che imita la natura, ma viceversa.

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