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I Pro e i Contro del figurativismo

C’è chi sostiene che oggi la pittura stia vivendo un nuovo periodo felice, che sia ritornata a essere, dopo decenni all’ombra dei nuovi media, un linguaggio altrettanto attuale per comunicare quello che ci succede intorno. C’è chi invece ritiene che non sia mai passata di moda. Cambiano le tecniche, i soggetti, ma la pittura c’è sempre stata e ci sarà sempre. Per Ennio Calabria, artista nato nel 1937 a Tripoli, tela e al pennello sono stati una costante nella sua carriera, anche quando il mondo intorno parlava altre lingue. A sessant’anni dalla sua prima personale alla Galleria La Feluca di Roma e a poco più di trent’anni dalla sua ultima ampia antologica romana al Museo di Castel Sant’Angelo, Calabria è ospitato nelle sale di Palazzo Cipolla per un’antologica promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro e voluta dal presidente Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte che è emanazione della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale. Verso il tempo dell’essere, così recita il titolo della rassegna, ripercorre la produzione dell’artista dal 1958 al 2018, un intenso periodo creativo incentrato sulla coerenza del suo percorso.

La sua ricerca, negli anni ’60 fu una vera e propria scelta artistica: andare contro un sistema che toglieva spazio alla figura per ridare dignità al soggetto, anteponendo agli intellettualismi delle avanguardie, il potere della comunicazione delle immagini. Insieme a pittori come Ugo Attardi, Piero Guccione e Renzo Vespignani, in quegli anni, entra a far parte del movimento Il Pro e Il Contro che, in contrasto le tendenze dominanti, proponeva al pubblico un’arte figurativa senza fronzoli concettuali: un nuovo modo di vedere la realtà. “Ho sempre pensato che la forma, anche se comunque condannata a essere concreta, sia un fatto culturale”, scrive in un catalogo edito da Electa nel 1990. Questa militanza intellettuale lo porta alla ricerca di un’arte sana e a un pittoricismo che mette al centro lo studio dell’uomo, dei suoi sentimenti, delle sue debolezze. Vicende collettive e inquietudini personali si fondono nelle sue tele: «Calabria – spiega Gabriele Simongini, curatore della mostra – ha sempre avuto un potente valore sociale, come strumento conoscitivo delle infinite trasformazioni di un’Italia ormai irriconoscibile, passata dall’entusiasmo del boom economico allo spaesamento odierno».

Il reale entra nelle tele di Calabria ma non si impone. Alcune volte i tratti sono nitidi e restituiscono forme e contorni più definiti; altre volte lo stile di Calabria sembra approdare nell’informale. Proprio lui, che l’informale voleva allontanarlo. «Le opere di Calabria – spiega Emanuele – sono specchio del suo approccio critico e appassionato al mondo che lo circonda, atteggiamento che sfocia in una ricerca a tutto tondo sulla condizione esistenziale dell’individuo contemporaneo e sulle dinamiche di un’epoca in perenne evoluzione». In mostra a Roma un’ottantina di opere tra cui lavori storici ma anche dei quadri realizzati espressamente per l’occasione nel 2018. La produzione più recente fa emergere l’attenzione di Calabria per i processi di mutamento della società e dell’uomo di oggi. Toni cupi, personaggi ai limiti del grottesco, l’ultima pittura di Calabria è amara. La figura è scomposta ma pur sempre riconoscibile, sforzo di una fedeltà mai tradita. «L’arte astratta non esiste», diceva Picasso. Così è pure per Ennio Calabria.

Fino al 27 gennaio; palazzo Cipolla, via della Palmarola 61, Roma; info: fondazioneterzopilastrointernazionale.it

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