Eventi

Il viaggiatore mentale

Una nuova sorprendente stagione espositiva è quella della Fondazione Modena Arti Visive, diretta da Diana Baldon che accoglie, per la prima volta in Italia, un’ampia personale dell’artista canadese Jon Rafman. La mostra intitolata Il viaggiatore mentale ha inaugurato il 14 settembre nella sede della Palazzina dei Giardini in concomitanza con il festivalfilosofia e rimarrà in calendario fino al 24 febbraio. Servendosi di linguaggi e supporti diversi Rafman indaga la fusione, sempre più indistinta, tra la realtà e la sua simulazione attraverso opere che confondono i confini tra il materiale e il virtuale, tra i corpi in carne e ossa e le loro repliche tecnologiche. In mostra una selezione di installazioni ripercorrono il percorso creativo dell’artista dal 2011 a oggi e restituiscono – fin dall’ingresso dove sono esposti i tre più recenti video Legendary Reality – la sensazione di essere accompagnati in un viaggio immaginifico attraverso paesaggi dai tratti fantascientifici aumentati da esperienze virtuali.

Jon Rafman nasce nel 1981 a Montreal dove tutt’ora vive e lavora. Dopo gli studi in lettere e filosofia alla McGill University si diploma in film, video e new media alla School of the Art Institute di Chicago. Sin dai suoi esordi si concentra sulle conseguenze dell’uso della tecnologia sulla nostra percezione della realtà. Per creare Kool-Aid Man (2008-11) frequenta per tre anni la piattaforma virtuale Second Life per indagare e mai giudicare le innumerevoli e multiformi rappresentazioni dei suoi “abitanti” digitali con un avatar il cui nome dà il titolo all’opera. L’artista ha utilizzato internet e le sue svariate comunità digitali anche come archivio di immagini per i video della trilogia Betamale Trilogy (realizzati tra il 2013 e il 2015), composta dalle installazioni Still Life (Betamale), Mainsqueeze e Erysichthon. Come nei romanzi di Georges Bataille, dove nello spazio claustrofobico e rovinoso della scrittura la storia implode su se stessa, moltiplicando i piani narrativi e le sue rappresentazioni, si ha la sensazione di essere intrappolati in una spirale di situazioni stranianti. Rafman rappresenta con grande abilità l’ambiguo potere seduttivo della rete che sembra promettere libertà e mondi da scoprire, mentre in realtà imprigiona l’utente in uno spazio tracciato da algoritmi e da agenzie che ne elaborano i dati di navigazione per poi rivenderli. L’immersione in rete, anche nelle zone più nascoste del deep web, compiuta da Rafman gli ha permesso di assumere le vesti dell’antropologo amatoriale e del flâneur digitale che indaga l’azzeramento della distinzione tra la realtà e la sua rappresentazione virtuale. Nei suoi video una voce fuori campo poetica e immersiva accompagna sempre le immagini ma elementi di disturbo, quali una seduta scomoda o degli odori pungenti aiutano il fruitore a mantenere il contatto con il mondo esterno.

La memoria è inoltre uno dei temi al centro di molte delle sue opere. Il video Remember Carthage (2013) narra la storia di un uomo che si imbarca su una nave diretta in Tunisia alla ricerca di una città nel deserto del Sahara che esisteva all’epoca di Cartagine. Malgrado questo luogo leggendario fosse conosciuto come la ”Las Vegas del Maghreb”, di esso non rimane alcuna traccia. Nel video, composto da sequenze tratte sia da Second Life che dal videogioco Uncharted 3, c’è una voce fuori campo che descrive minuziosamente la sublime bellezza architettonica delle civiltà antiche.
Infine Dream Journal (2016-2017), nato dalla pratica di Rafman di trasformare i suoi sogni in video di animazione utilizzando dei software 3D amatoriali, è accompagnato da una colonna sonora composta da James Ferraro e Oneohtrix Point Never con cui l’artista aveva in precedenza già collaborato. Le due protagoniste femminili – una rappresenta l’archetipo della Millennial, l’altra invece è una bambina guerriera – si imbarcano in un viaggio dantesco dove la narrazione è intercalata da situazioni immaginarie caratterizzate da figure epiche classiche che danno vita a una serie di situazioni cupe e surreali: si tratta di una visualizzazione dell’inconscio dell’artista anche qui amplificato dalla navigazione in internet. 

Info: www.fondazionefotografia.org

Commenti