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The Cleaner

”Chi vuol esser lieto sia, di doman non c’è certezza”, i versi di Lorenzo il Magnifico sovrastano il palco del Cinema Odeon dove si è svolta il 18 settembre la conferenza stampa di presentazione di The Cleaner, la retrospettiva dedicata da Palazzo Strozzi a Marina Abramović. Poche parole che si prestano a introdurre un’artista che da oltre cinquant’anni  abita un presente dilatato, in cui la performance si confonde con la vita e la vita con la performance: «Il tempo non esiste se non nel passato e nel futuro – spiega la Abramović con quell’inconfondibile inglese un po’ serbo – ma se vivi il presente non c’è». Vestita di nero, i capelli raccolti di lato, l’artista ha fatto il suo ingresso accompagnata da uno sciame di giovanissimi assistenti e da un silenzio quasi religioso. Con lei anche Ulay, ma di lui non si parla, gli occhi sono tutti puntati Marina, la prima donna a varcare la soglia di Palazzo Strozzi, oggi icona ancora prima che artista. E di aura parla infatti Cristina Acidini, in conferenza stampa, storica dell’arte e consulente scientifico della Fondazione Palazzo Strozzi: «Per una studiosa del Rinascimento è facile rimanere spiazzati, ma nell’opera di Abramović si possano riconoscere molti momenti di dialogo con i maestri del passato ma il tratto fondamentale che più la pone in continuità con il passato è l’aura che emana». A ribadire l’importanza del rapporto con i grandi della storia dell’arte e in particolare con la tradizione italiana la stessa artista: «Sono stata in Italia per vedere i capolavori del Rinascimento – racconta – Ho tanto in comune con l’Italia: come noi, siete come noi siete inventivi, coraggiosi e drammatici».

La mostra, annunciata da tempo, occupa interamente, fino al 20 gennaio 2019, le sale del museo fiorentino, mostrando al pubblico i lavori prodotti dall’artista nell’arco della sua carriera, partendo da una giovanissima Abramović pittrice, sconosciuta ai più. Un’esposizione importante che si somma a quelle di Bill Viola, Ai Weiwei e Carsten Holler, con le quali direttore Arturo Galansino si propone di aprire il museo ai big dell’arte contemporanea. Difatti i ringraziamenti rivolti a lui non si risparmiano, giovane critico d’arte con un’esperienza decennale all’estero alle spalle, Galansino sta portando avanti una strategia di rinnovamento con intelligenza e competenza. «La mostra corona un percorso iniziato anni fa – conferma il sindaco Dario Nardella – Firenze non è una città che guarda nostalgicamente al passato ma che si apre alle sfide della contemporaneità».

Il titolo della mostra, The Cleaner, si riferisce alla pulizia che la Abramović  ha fatto nei cassetti della sua vita, lavando via il superfluo, «come in una casa: tieni solo quello che ti serve e fai pulizia del passato, della memoria, del destino».
Questa selezione si sviluppa su tre livelli di lettura. Il primo è quello delle opere più tradizionali, come i video, i dipinti, le fotografie, le installazioni. Il secondo sono le opere interattive e il terzo sono le performance riproposte da attori appositamente selezionati. Già perché, oltre a essere regina indiscussa della performance contemporanea, la Abramović è anche una massima sostenitrice della re-performance, un metodo di lavoro che le consente di mantenere vive le sue opere anche dopo la sua realizzazione. «Tutto cambia quando qualcuno riproduce una mia performance – spiega l’artista – è una sensazione allo stesso tempo di distacco e di felicità nel vedere che quel lavoro esiste anche al di fuori di me».
Fedele a questa pratica, l’ha riproposta anche per Palazzo Strozzi e, per le sale del museo si può assistere a diverse performance in contemporanea, da Imponderabilia, che vedeva nel ’77 Marina e Ulay nudi l’uno di fronte all’altro a ostacolare il passaggio attraverso una porta o Spirit House-Luminosity, del ’97, in cui l’artista, nuda, resta in equilibrio per trenta minuti su un sellino di bicicletta, senza poter appoggiare mani e piedi. Ancora The house with the Ocean view, visibile solo dal 28 novembre al 9 dicembre, in cui un performer resterà in isolamento, silenzio e digiuno per 12 giorni sotto gli occhi del pubblico in tre piccoli ambienti sopraelevati, collegati a terra da scale fatte di coltelli affilati. Interessante anche la parte d’archivio che raggruppa materiale cartaceo, fotografico e video per completare il racconto sul percorso che ha portato l’artista a dedicarsi esclusivamente alla performance.
Una mostra densa e complessa che tuttavia non supera le aspettative. Le re-performance sono un interessante strumento d’archivio ma non riproducono l’intensità delle performance originali. La magia svanisce, le emozioni si scoloriscono. Marina è sempre Marina, tutto il resto è noia.

La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. A cura di Arturo Galansino, Fondazione Palazzo Strozzi, Lena Essling, Moderna Museet, con Tine Colstrup, Louisiana Museum of Modern Art, e Susanne Kleine, Bundeskunsthalle. Con il sostegno di Comune di Firenze, Camera di Commercio di Firenze, Regione Toscana, Associazione Partners Palazzo Strozzi. Con il contributo di Fondazione CR Firenze. Sponsor Unipol Gruppo. Partner illycaffè.

Info: www.palazzostrozzi.org

 

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