Spazi

Ex blocco comunista

Direttamente dalle nostre pagine del giornale vi proponiamo la versione integrale di un articolo pubblicato sul numero 113

In molti Paesi dell’ex blocco comunista del Sud Est europeo, il tema della transizione rimane una sorta di totem posto al centro del paese, una colonna senza fine di Costantin Brancusi. A ventotto anni dalla caduta del muro di Berlino, l’argomento rimane di grande attualità nei dibattiti politici mentre configura una materia di scandalo e di preoccupazione nell’opinione pubblica, desiderosa di cambi rapidi e radicali. La stessa prospettiva di ritardo cronico o di costante rincorsa ai modelli occidentali accompagna l’emersione dell’arte contemporanea, nello stesso tortuoso e contrastato percorso verso la modernizzazione e la valorizzazione delle realtà artistiche nazionali. Oggi, se si confrontano i vari paesi ex comunisti del Sud Est Europa nel dominio artistico, non si può certo affermare che tutti abbiano incontrato le stesse resistenze e difficoltà alla ripartenza, anche se è pur vero che tutti i paesi dell’ex-cortina di ferro hanno condiviso un’ideologia simile e quattro decenni abbondanti di comunismo.

Così, accanto a paesi come la Romania, l’Ungheria e la Polonia, che hanno forse compiuto gli sforzi maggiori nel proporre i loro artisti in ambito nazionale e internazionale, ne restano altri che stentano a decollare, anche se sulla carta apparivano i più attrezzati alla ripartenza. È il caso dei paesi nati in seguito alla frammentazione dell’ex-Jugoslavia che, con il suo comunismo mite, la cosiddetta democrazia socialista, è stato l’unico paese ad aver mantenuto un livello accettabile di comunicazione e permeabilità con l’Occidente sul terreno della cultura e dell’arte durante il regime, soprattutto con i fermenti creativi degli anni Settanta e Ottanta, che hanno legittimato il modernismo come paradigma di libera creatività. La successiva costituzione in sette stati nazionali (Serbia, Slovenia, Kosovo, Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Montenegro e Macedonia) e, soprattutto l’ulteriore decennale ritardo imposto dalle varie guerre jugoslave, le più violenti che l’Europa abbia visto dopo la seconda guerra mondiale, hanno di fatto svuotato di sostanza il baricentro creativo dell’arte jugoslava che risiedeva a Belgrado generando in alcuni casi un sentimento di perdita, se non di nostalgia, negli artisti e curatori dell’ex-Jugoslavia. «Nonostante uno dei primi musei d’arte contemporanea in questa parte dell’Europa sia stato aperto a Belgrado nel 1965 – fa notare Saša Janjić, curatore della Remont Gallery di Belgrado, l’unico spazio con una quasi ventennale attività alle spalle – l’attuale scena artistica serba, e quasi tutti i suoi attori, sembra essere stata intrappolata nell’eredità di emancipazione della società socialista. In questa prospettiva, l’arte e gli artisti serbi sono avvertiti come un errore statistico del sistema o un superfluo sociale».

Ana Frangovska, curatrice della Galleria nazionale di arte di Skopje, riafferma i guasti generati dalla frammentazione manifestando le limitazioni e le debolezze del sistema dell’arte pubblica in assenza di iniziative private non estemporanee di sostegno. «Per affrontare il discorso dalla prospettiva di uno degli stati ex jugoslavi – dice – dopo l’indipendenza della Macedonia, non si può affermare che la situazione sia oggi migliorata di molto rispetto al passato. Se mettiamo da parte il periodo in cui il Centro Soros per l’arte contemporanea è rimasto attivo nel paese, con il suo sostegno accordato alle nuove tecnologie e i nuovi media, l’arte macedone si trova oggi in uno stato d’ombra, isolata dai Balcani e dalla mappa internazionale dell’arte. I legami con i paesi vicini si basano sulle relazioni individuali degli artisti, piuttosto che su una coerente politica culturale. Le istituzioni coinvolte nell’arte cercano come possono di ripristinare i contatti persi e il vuoto generato dalle politiche culturali sbagliate; di superare l’enorme influenza della politica, tanto visibile ed evidente nelle nomine di persone incompetenti nell’ambito culturale e artistico».

Altrettanto problematico appare lo scenario in Bulgaria. «Una situazione – la definisce Maria Vassileva, uno dei curatori più attivi e attenti dell’area di base a Sofia – cronicizzata da anni. La Bulgaria non ha un proprio padiglione alla Biennale di Venezia a causa di una politica governativa che non lo percepisce come una priorità. È come se ci fossero due mondi paralleli che coesistono simultaneamente – continua Vassileva – uno del potere, con la sua comprensione del presente del paese, attraverso le tradizioni folcloriche e la storia dei traci; e un altro delle nuove generazioni aperte alla comunicazione con il resto del mondo. Abbandonati a farcela da soli gli artisti cercano di individuare una propria metodologia di lavoro per conseguire il successo fuori dal paese. Il networking con le organizzazioni internazionali è una pratica normale. Possiamo vedere artisti bulgari e curatori spuntare qua e là, a forum, biennali ed eventi. Nedko Solakov, l’artista bulgaro di maggior successo, un 100% self made artist, è stato presentato più volte alla Biennale di Venezia, nelle mostre internazionali e a Documenta ma senza il supporto morale, logistico e finanziario del governo. Così questi sforzi rischiano di rimanere invisibili».

In Bulgaria operano fondazioni, organizzazioni non profit, artist run spaces, qualche galleria commerciale, spazi alternativi che cominciano a creare un ambito favorevole alla manifestazione dell’arte contemporanea, ma l’impulso maggiore è venuto dall’esterno. L’ex ambasciatore svizzero in Bulgaria, Gaudenz B. Ruf con la sua collezione e il suo Ruf Award, è riuscito a colmare la necessità stringente degli artisti bulgari emergenti di avere un sostegno e una competizione valida, intesa a sviluppare e selezionare i migliori talenti. Oggi la collezione Ruf, esposta spesso alla Galleria municipale di arte di Sofia, è tra le più rappresentative dell’intera area; insieme alla collezione Zepter, che prende il nome di un industriale lungimirante di Belgrado e alla Ars Aevi, una raccolta spontanea di donazioni da parte di artisti dell’area e internazionali per contribuire alla ricostruzione di Sarajevo, oggi esposta in un magazzino, ma con un progetto chiavi in mano di Renzo Piano per un futuro museo e spazio multimediale. La scia nebulosa, luminescente, nomade attraversa e lambisce paesi dimenticati e città ancora sofferenti, come Pristina o Chisinau, rivelando sulla scena internazionale artisti di primissimo piano, come Petrit Halilaj e Flaka Haliti (Kosovo) o Pavel Braila (Repubblica Moldova). In questo contesto di marginalità, emblematico rimane il caso della galleria LambdaLambdaLambda di Pristina, forse uno dei più chiari esempi di lungimiranza a dimostrare come, con strategia e visione, si possono vincere e superare barriere e resistenze ed essere invitati a partecipare alle più importanti rassegne e fiere internazionali.

Come abbiamo accennato, gli artisti e le iniziative più visibili appartengono alla Polonia, all’Ungheria e alla Romania che, in termini di linguaggio visivo probabilmente rappresenta il trend che ha maggiormente caratterizzato e influenzato le tendenze dominanti dell’intera area con la riaffermazione della pittura e del neo-figurativo spesso impiantato nell’immaginario neo-realista del post-comunismo. Un’ambientazione che trova forti legami anche con il nuovo cinema, in particolare la nouvelle vague romena, multipremiata ai festival di cinema internazionali. Il protagonista indiscusso di questo fenomeno, insieme artistico e di mercato, è il pittore romeno Adrian Ghenie, formatosi alla scuola di Cluj e promosso a livello internazionale dalla galleria Plan B con una carriera artistica in pieno boom (l’ultima sua opera, Self-portrait with Charles Darwin, è stata venduta alla Sotheby’s di Londra nel marzo 2017 per 3,75 milioni di euro). Sempre a Ghenie va riconosciuto il merito d’aver presentato nel padiglione romeno alla Biennale di Venezia del 2015 un progetto incentrato esclusivamente sulla pittura, un avvenimento abbastanza insolito nell’attuale dinamica della Biennale, peraltro riconosciuto come uno dei padiglioni più validi e acclamati in termini di contenuto. Sulla sua scia, altri artisti romeni quali Victor Man, Serban Savu e Marius Bercea, per citare solo alcuni nomi, stanno ottenendo risultati altrettanto lusinghieri sempre in campo figurativo. Un’estensione di questo filone neo figurativo è presente in Ungheria, dove uno dei suoi maggiori rappresentanti, Zsolt Bodoni, artista metà ungherese metà romeno, collega generazionale di Ghenie, lavora oggi con varie gallerie internazionali affermate.

Restando in Romania, Bucarest offre un panorama altrettanto in evoluzione nel campo neo-figurativo, dove riesce a trarre potenzialità diverse, alcune particolarmente interessanti, rispetto alla Scuola di Cluj. Significativa la giovane, eppure già consistente presenza della galleria Mobius che rappresenta, tra altri, Roman Tolici, artista formato nel background dei grandi maestri russi eppure di forte impronta contemporanea e altamente sperimentale. Da menzionare, nel panorama artistico di Bucarest, la consolidata visibilità internazionale conseguita dalle gallerie di Anca Poterasu e di Adina Zorzini, la veterana Galleria HArt di Dan Popescu,dove sono passati i maggiori artisti romeni, accanto all’originale artist run space Atelier 030202, coordinato dallartista Mihai Zgondoiu. Il sistema delle gallerie è ancora più diffuso e capillare a Budapest, in Ungheria, dove operano gallerie consolidate sugli scenari delle fiere europee, come Ani Molnár, Viltin, Várfok ed Erika Deák, accanto a spazi d’arte quali Chimera Project, impegnata nell’assumere un ruolo alternativo alle debolezze del sistema locale, proponendo, come testimoniato dal direttore Patrick Urwyler: «Un progetto non-profit, Interart, che è riuscito a portare a Budapest oltre 80 artisti internazionali e curatori d’arte europei, e a gestire anche un premio d’arte già affermatosi sulla scena locale».

In Polonia si respira una situazione decisamente più favorevole in termini di attività di gallerie private e di sostegno agli artisti, anche se tuttora i fondi pubblici rimangono la principale fonte di finanziamento, come indica Aneta Szyłak, curatrice di Danzica, responsabile della creazione di Nomus, Nuovo museo dell’arte di Danzica, e direttrice del festival Alternativa: «In Polonia vi sono gallerie di successo come Foksal e Raster; altre in pieno sviluppo, quali Lokal 30 e Piktogram. Eppure la produzione artistica dipende ancora sostanzialmente dal finanziamento pubblico che sostiene gran parte del settore artistico incluse le acquisizioni delle collezioni pubbliche dei musei. Il Modern di Varsavia, il Mocak di Cracovia, il Współczesne di Breslavia e il Muzeum Sztuki di Lódz godono dello statuto di collezioni nazionali di arte contemporanea. Ci sono collezionisti privati che acquistano regolarmente opere di giovani artisti, mentre Spojrzenia Deutsche Bank Award, con le mostre organizzate alla Galleria nazionale di arte contemporanea Zacheta, figura da personaggio importante sulla scena artistica polacca di oggi. Il mercato esiste soprattutto a Varsavia, nel resto del paese le autorità locali contribuiscono in modo significativo nel sostenere gli artisti, le mostre e le pubblicazioni. Alcune piccole organizzazioni non-governative finanziano lavori sperimentali e pubblicazioni di artisti giovani ed emergenti, come la Fondazione Bęc Zmiana, diretta da Bogna Świątkowska».

L’arte astratta, da una parte, e l’arte concettuale, dall’altra, offrono altrettanti spunti di analisi per chi è interessato a seguirne l’evoluzione nella regione. Se l’astratto è stato una sorta di tabù in alcuni di questi paesi, in Romania, ad esempio, l’arte astratta è stata proibita durante il comunismo, per il suo ermetismo ritenuto incontrollabile dal regime, l’arte concettuale occupa sempre più spazio nelle scelte dei giovani artisti e non solo. Tra gli artisti bulgari della middle generation, Pravdoliub Ivanov e Krassimir Terziev risultano le figure più rappresentative per l’alleanza tra concettuale e resistenza davanti al fattore politico. Tra gli emergenti, Daniela Kostova e Vikenti Komitski e tra i giovani Miryana Todorova, oppure i fotografi Missirkov & Bogdanov sono riusciti con le proprie forze a trovare una via individuale d’affermazione all’estero. D’altro canto molti degli artisti Sud Est europei appartenenti alla vecchia generazione emersa durante il comunismo, come l’artista ungherese Dora Maurer, esponente del neo-costruttivismo tuttora attivo in alcune cerchie di giovani artisti ungheresi o bulgari, o Geta Bratescu, artista nonagenaria attualmente in mostra nel padiglione romeno alla Biennale di Venezia, attendono sulla riva del fiume, come saggi cinesi, senza lasciarsi tanto tentare dalle nuove tendenze.

È interessante notare qui una particolarità significativa che contraddistingue le dinamiche artistiche locali in questi paesi. Se in Occidente le capitali si sono rivelate dei marcatori pressoché insostituibili e stabili di vari agglomerati artistici, qui hanno subito una sorta di ribaltamento verso le periferie. Accanto a Bucarest, Sofia o Zagabria, troviamo città minori quali Cluj (Romania), Plovdiv (Bulgaria), o Pola (Croazia), tanto per proporre soltanto alcuni esempi assurte a baricentri dei rispettivi paesi. È da qui che spesso spuntano le new entries, le nuove figure che attirano l’attenzione dei galleristi e dei curatori internazionali. Cluj rimane uno degli incubatori più fertili, che ospita la già famosa Fabrica de Pensule (Fabbrica dei pennelli), che negli ultimi dieci anni ha praticamente fornito quasi tutta l’attuale generazione di artisti, di cui Ghenie è il capofila, anche grazie all’abile strategia adottata dalla Galleria Plan B di un asse Cluj-Berlino, per renderli visibili all’estero e riuscire ad aprire loro la via verso biennali, spazi museali e gallerie in Europa e negli Stati Uniti. Plovdiv sembra assumere lo stesso ruolo alternativo per la scena artistica bulgara, ospitando la galleria sicuramente più coerente del paese, Sariev, costantemente presente alle fiere di arte internazionali. A Pola, invece, Dorina Vlakančić, una delle artiste croate più originali, con un’impeccabile coerenza nel suo percorso artistico, è riuscita a coagulare attorno allAssociazione degli Artisti di Istria, che ha diretto dal 2011, e nella galleria di Pola, un vero fenomeno di rivitalizzazione dell’area e di aggiornamento alle più recenti tendenze del contemporaneo in Croazia.

Difficile stabilire un giusto equilibrio tra il grande potenziale dell’area, in termini di valori e di contenuti artistici, e le debolezze di un’infrastruttura artistica privata e pubblica carente, in grado di permettere a questo potenziale di manifestarsi interamente. Eppure oggi il Sud Est europeo rimane un vero e proprio serbatoio di idee, concetti e nuove tendenze che viste nel contesto della storia recente si rivela ancor più interessante da scoprire e da ricercare. Il mercato occidentale dell’arte è stato il vero filtro e la rampa di lancio per tanti artisti provenienti dall’Est: in particolare emergenti e giovani, ma anche di alcuni artisti delle vecchie generazioni, riscoperti e rivisitati grazie all’impegno di curatori o galleristi che sono riusciti a inserirli nel circuito internazionale. Per un occhio esterno può essere toccante vedere questo scontro di forze e lo spettacolo vivo del contemporaneo che riesce, oltre tutte le difficoltà, a rendersi visibile. Non ci azzardiamo oltre ma di sicuro è un mondo da scoprire a fondo che ci riserverà ancora molte sorprese e che rappresenta sicuramente al momento uno dei mercati più interessanti e vivaci per un collezionista internazionale attento e lungimirante.

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