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Questione di filtri

Direttamente dalle nostre pagine del giornale vi proponiamo la versione integrale di un articolo pubblicato sul numero 113

Si comincia sempre così: con una foto spontanea, magari al micio che dorme e poi ci si fa prendere la mano. Il social network più popolare del momento, Instagram, per il suo utilizzo democratico, sembra quasi sia riuscito a mettere sullo stesso piano artisti e non, grazie alle sue molteplici funzioni. Ma facciamo un passo indietro. L’applicazione Instagram nasce nel 2010 con lo scopo di scattare fotografie con il cellulare, applicarvi filtri, e condividere il risultato in rete, inizialmente con un formato quadrato simile alle Polaroid. Già nel 2013 raggiunge i 150 milioni di utenti attivi ogni mese; lo stesso anno, l’app si popola di nuove funzioni, come la possibilità di creare delle stories che restano visibili solamente per ventiquattro ore. Più immediato di un normale sito di raccolta di immagini fotografiche, ma allo stesso un’applicazione che permette un’ampia libertà di utilizzo, Instagram è visto anche dagli artisti contemporanei come un grande archivio virtuale con il quale giocare, divertirsi e mettersi a nudo come persone e non solo come personaggi.

La gestione diretta dell’account e la comunicazione
Artista cinese dissidente, attivista per la salvaguardia dei diritti umani, Ai Weiwei ha sempre usato il mezzo fotografico per documentare la realtà, adeguandosi all’evoluzione dei tempi. Uomo impegnato, ma anche auto ironico, la sua pagina Instagram (@aiww) è ricca di selfie che ricordano quelli dei turisti cinesi in viaggio a Roma, di amici e di dettagli del quotidiano. Mai una didascalia a raccontare ciò che si vede, al contrario di Damien Hirst, da poco divenuto diretto gestore del suo profilo e intento ad accompagnare i suoi post con racconti intimi e profondi, ricordi personali delle esperienze vissute. Perché si sa che bastano pochi hashtag selezionati con cura per entrare nel vorticoso giro degli algoritmi. Questo sistema, dell’algoritmo, l’hanno studiato, per applicarlo al meglio, gli uffici stampa delle istituzioni che si occupano di arte. Una su tutte, la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo che nelle campagne social fa abitare il suo spazio architettonico da figure prese in prestito dal mondo del cinema, della musica o dell’attualità. E, perché no, anche da gattini con occhioni teneri, che alzano di molto l’asticella dello share. L’elemento # è divenuto fondamentale anche per il movimento Empty, che dal 2013 racconta i luoghi dell’arte e della cultura in orari di chiusura al pubblico, quindi vuoti, attraverso la fotografia. Un movimento che ha permesso, prima negli Stati Uniti, poi viralmente in tutto il mondo, di mostrare quegli aspetti contemplativi, attraverso il vuoto e il silenzio, dei luoghi istituzionali dell’arte. Non solo, ma il coinvolgimento degli Igers più influenti del momento rende la circolazione della cultura più ampia rispetto ai metodi tradizionali. Strategia comunicativa diversa, invece, la si può riscontrare sulla pagina del Centre Pompidou che compone i post come se fossero dei tasselli di un mosaico nel quale ogni singolo elemento è un dettaglio di un’immagine.

Instagram come gioco
Filtri, video, stories, applicazioni dell’applicazione, Instagram può anche essere visto come un grandissimo parco divertimenti. Esplorando la pagina di Cindy Sherman si può avere un assaggio di come sia possibile modificare gli autoritratti realizzati su Facetune spingendo a una riflessione sull’evoluzione della propria pratica artistica legata alle nuove tecnologie. La rielaborazione delle immagini è anche il soggetto principale di @conformi_, un progetto in cui due forme, divise da una diagonale, sono in equivalente comparazione visiva. L’uomo riadatta in autonomia le immagini già presenti in natura, attingendo al proprio archivio immaginifico personale. Dal web e dalla propria irriverente esperienza arrivano The single post Instagram di Maurizio Cattelan, ovvero l’esposizione quotidiana di una sola immagine che va a sostituire la precedente. In questo caso, la funzione di archivio viene meno per lasciar posto a un vero e proprio progetto pensato e studiato per il social network.

Instagram come archivio
La possibilità di utilizzare il mezzo come un vero e proprio sistema di raccolta della memoria non è stata però completamente abbandonata dagli artisti. Ben Rivers, Tony Oursler, Studio Olafur Eliasson, solo per citarne alcuni, mischiano foto di loro opere a riferimenti importanti per il loro lavoro e al contesto entro il quale agiscono. Prendono così vita storie sulla nascita di un progetto, reportage di allestimenti, stralci di quotidiano con tazze di caffè o ricette per un perfetto lunch. Curioso è anche notare come gli artisti si seguano a vicenda, commentino i lavori dei colleghi, partecipino al loro fare e si promuovano fra loro. Hans Ulrich Obrist è un maestro della vita social: postatore prolifico di cartoline scritte a mano dagli artisti che incontra e lanciatore seriale di dirette video di conferenze, lecture, performance, ama seguire dal giovane studente dell’accademia d’arte ai big della musica pop internazionale. Proprio come uno di noi.

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