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Rabbia furiosa

Da Non aprite quella porta ad Hannibal, da Le colline hanno gli occhi a Saw a Hostel. Sono numerose (e inevitabili, considerando l’autore) le citazioni e i rimandi al cinema horror/splatter, di ieri e di oggi, presenti nel nuovo film di Sergio Stivaletti Rabbia furiosa – er canaro. Flirtando con il genere b-movie, contraddistinta da una recitazione un po’ sopra le righe e da sangue (finto) che scorre a fiumi, la pellicola esce a pochi giorni di distanza da Dogman di Matteo Garrone – regista con il quale Stivaletti ha collaborato per L’imbalsamatore (2002) – premiato al festival di Cannes (Palma d’oro a Marcello Fonte come migliore attore protagonista) e liberamente ispirato alla stessa, terribile, vicenda di cronaca nera, quella che nel 1988 vide protagonista il Canaro della Magliana.

«Quando Garrone ha annunciato il suo film, ho deciso di fare un passo avanti e di annunciare a mia volta il mio. In fondo avevo una sceneggiatura già pronta», spiega Stivaletti, effettista, regista e sceneggiatore di fama internazionale, da oltre trent’anni ideatore e creatore di personaggi, creature e mostri per il cinema, la tv e il teatro, nonché collaboratore di alcuni dei più importanti cineasti italiani: da Dario Argento a Lamberto Bava, da Michele Soavi a Gabriele Salvatores. Ambientato al Mandrione, borgata della periferia romana, ai giorni nostri, Rabbia furiosa – prodotto e distribuito da Apocalypsis di Stivaletti – racconta la storia di Fabio er canaro (interpretato da un convincente Riccardo De Filippis), toelettatore di cani, che ha appena scontato otto mesi di carcere per un crimine che non ha commesso – De Filippis, nel ruolo di Scrocchiazeppi, aveva interpretato una scena analoga nella serie Romanzo criminale – al posto di Claudio Renzi (l’ottimo Virgilio Olivari), un suo amico ex pugile, delinquente di piccolo calibro. L’uomo, che vive ancora a casa con la mamma, gestisce traffici vari (compresi i combattimenti tra cani) e ambisce a diventare il boss del Mandrione («un quartiere popolare ma non squallido, poetico», ammette Stivaletti).

L’amicizia tra Fabio – sposato con Anna (Romina Mondello, già nel film La maschera di cera) – e Claudio è decisamente ambigua, quasi malata. Claudio ha una personalità bipolare, disturbante e disturbata, che lo porta spesso ad agire con estrema malvagità nei confronti di Fabio, incapace di reagire. Tutto ciò va avanti da tempo fino a quando Fabio, non potendo più sopportare (i soprusi di Claudio e dei suoi compari si abbattono anche sulla moglie e sulla figlia del Canaro), decide di mettere in atto la sua tremenda vendetta («tu non me dovevi mancà de rispetto»). «Sono sempre stato affascinato dai film in cui il personaggio centrale, dopo lunghe vessazioni e ingiustizie, trova la forza di vendicarsi facendosi giustizia da solo per poi oltrepassare un limite normalmente invalicabile, sconfinando nella crudeltà pura», ammette Stivaletti (al suo terzo film, dopo Maschera di cera e I tre volti del terrore, datati 1997 e 2004). E a chi lo critica di aver calcato troppo la mano, il regista replica: «In Rabbia furiosa lo splatter arriva solo alla fine, e c’è perché intendevo mostrare tutto ciò che da spettatore avrei valuto vedere. Ma l’orrore prima è tutto psicologico».

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