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La bocca arsa

È fino al 3 giugno la mostra Drawing stage/ La bocca arsa di Diego Miguel Mirabella ospitata nell’Ascensore di Palermo. L’artista e la curatrice Giuliana Benassi raccontano attraverso un dialogo la genesi dell’opera esposta nella project window.

GB: Drawing stage/ Disegni palco questa tua espressione mi ha fatto sempre pensare ad un’interpretazione poetica della necessità di spazio, fisico e mentale, che caratterizza l’artista nella sua ricerca, e spesso coincidendo con essa. L’aver presentato a L’Ascensore di Palermo un lavoro installativo facente parte della tua serie di Drawing Stage l’ho trovato in qualche modo un momento espositivo di sintesi di questo tuo progetto che dura nel tempo. Infatti L’Ascensore è un luogo dedicato agli artisti giovani, nazionali e internazionali, chiamati a presentare un lavoro e a sperimentare un’opera pensata per lo spazio. Così concepito dal 2015 dal fondatore Alberto Laganà, L’Ascensore è dal 2017 diretto dal duo artistico Genuardi/Ruta con i quali è nato un rapporto di collaborazione, in parte sviluppato immergendosi nella città di Palermo. E l’immersione nella città in qualche modo ha caratterizzato la genesi del tuo lavoro, dato che alla mostra hai anticipato un lungo periodo di residenza nel luogo.
Direi: quante trasformazioni! Il tuo tempo trascorso a Palermo ha trasformato il lavoro, fino a includere un materiale autoctono come il tufo, una pittura e una conga perché oggetti famigliari e addirittura un musicista, il percussionista palermitano Sergio ”Guna” Cammalleri, noto per il suo modo di interpretare il ritmo come una questione visionaria, una fusione tra il jazz e le sonorità latine. I D/S dunque includono degli elementi come figure semplici, oggetti che come in un concerto di materiali diventano una composizione complessa per la messa in scena.
Così lo spazio de L’Ascensore è diventato un palco e tu un regista, attori gli oggetti come un riflesso di un paesaggio immobile.
Mi sembra che il lavoro si sia sviluppato anche attraverso l’incontro con il luogo e l’avvicinamento alle tue origini siciliane, destando delle novità.

DMM: Quando mi hai invitato a partecipare a quella che, svuotata da ogni esperienza, era semplicemente una mostra ho pensato che prolungare di un poco la mia permanenza in Sicilia mi avrebbe permesso di affrontare un lavoro nuovo o meglio un periodo di riflessione, preferibilmente slegato dai lavori che stavo facendo in quel periodo, non per una forma di stanchezza ma per un desiderio di raccoglimento diverso.
In seguito sono successe diverse cose, la prima è che Alberto Laganà ha accolto, con entusiasmo e spirito il mio desiderio, ospitandomi per un periodo più lungo dell’usuale; secondo poi, appena atterrato a Palermo e arrivato a destinazione, sono stato accolto dai Geruardi/Ruta che nel corso della mia permanenza hanno contribuito a riempire il senso quella che, dapprima semplice mostra, è diventata esperienza complessa, felice.
Il Drawing/stage è un progetto che è nato casualmente anni fa dalla volontà di dare una casa a tutto ciò che in me si confondeva o si sovrapponeva. Con il disegno palco invece gli elementi si giustappongono – come dici bene tu – in quello che possiamo chiamare una composizione.
In questo caso, come in altre occasioni, mi sono messo nella condizione di lavorare a partire da uno script, una forma di canovaccio di suggestioni brevi scene suggerite da uno sguardo all’intorno. Esemplare nei miei ricordi un materiale come il tufo, onnipresente nel paesaggio siciliano e una conga, uno strumento a me familiare e un dipinto.
La scelta della conga è relativa a un mio paesaggio: infatti questa fu fabbricata nella selva amazzone da mio padre nel ’79 e dipinta successivamente a Cuzco dalle sue stesse mani, un oggetto presente fin dalla mia nascita nelle mia casa in Sicilia; così come il quadro, opera di una bravissima pittrice peruviana: Elena Candiotte, sempre ”espropriato” dalla mia casa isolana.
La motivazione della scelta di questi personaggi viene probabilmente dalla familiarità che sento con questi oggetti, una confidenza che mi permette di gestirne il peso visivo. Inoltre entrambi sono oggetti testimoni di una capacità, una pittorica e l’altra musicale, ambedue a me estranee ma dalle quali subisco un grande fascino.
Sono delle ”felici incapacità” che mi permettono di concentrarmi sull’unica cosa che cerco dagli oggetti e materiali che uso: la loro forza scenica insieme, dentro il disegno palco.
Per la prima volta nei D/S ho sentito l’esigenza di attivare un meccanismo che diversamente sarebbe stato immobile. Mostrare un’immagine attiva, una delle suggestioni che mi muovono nella progettualità di un D/S, un paio di righe dello script per capirci. Penso sempre che quella parte sia un segreto da tenere esclusivamente per me ma nel processo di progettazione fatto anche con te, la curatrice della mostra, mi sono convinto che sarebbe stata una bella esperienza attivare il D/S perciò mi sono messo in contatto con Sergio ”Guna” Cammelleri, percussionista visionario e capace che conosco da sempre, al quale ho affidato completamente la progettazione della performance che lui ha interpretato come meglio non potessi sperare. Unica mia scelta la sua posizione all’interno del Palco. Un po’ nascosto come tutto il resto.
La particolarità dei disegni palco penso sia un po’ il fatto che mi lasciano davanti un aperto, delle novità, o forse mettono al loro posto le parole che prima avevo confuse. Un paradosso vedendo come sono intervenuto con il tufo. Non credi?

GB: Sì, perché in ciascun mattone di tufo hai inciso delle parole apparentemente confuse, ma estrapolate da un testo più ampio e intero derivante da un muro smembrato in un secondo momento. Le due strutture di tufo contornano la vetrina come a creare i lembi di una cortina aperta per la scena; sono un’eco degli scorci architettonici che caratterizzano via Principe di San Giuseppe.
E poi c’è il titolo La bocca arsa che in qualche modo entra a far parte della messa in scena, diventa esso stesso una figura che partecipa all’assetto complesso dell’opera. Sono parole precipitate nel D/S da un tuo testo poetico. Già perché la poesia è una tua cifra. Nel tuo lavoro, più che mai vengono in mente le parole di Charles Bukowski ”la poesia dice troppo in pochissimo tempo”. Quanto è importante la poesia e il tempo nel tuo lavoro? Sono entrambi delle misure?

DMM: In effetti ho trascritto tutta una serie di suggestioni su di un tentennante muretto a secco costruito provvisoriamente nello spazio de L’Ascensore: il mio script potremmo dire. Come si vede bene dalle immagini ho poi smembrato il muro usando i mattoni per costruire una sorta di quinta teatrale. Porte chiuse, e dietro gli oggetti che aspettano come di uscire per fare la loro parte. La bocca arsa mi risuonava da giorni, faceva parte del testo sul muro. Sono arrivato alla conclusione che la bocca arsa è una condizione, uno stato che rimanda a scene diverse. Alcune innocenti.
Più che la poesia mi piace sapere che ho uno sguardo poetico. Ho inteso sempre il lavoro dell’artista come un lavoro poetico più che di ricerca. (L’idea di ricerca ad esempio mi rimane un po’ stretta; meglio perdere no?) Leggo pochissime poesie ma ho un gusto per la parola, mi piace sceglierne bene gli accostamenti, vedere dove possono portarmi. Voglio essere chiaro, chiamo parole anche i singoli oggetti come la conga o il dipinto poiché alla base sono un artista visivo, non perdo il mio ruolo ma verifico le mie influenze. Ho ad esempio motivato questo mio gusto per la parola come conseguenza dell’essere nato in Sicilia, terra di letterati.
Per quanto riguarda il tempo sono sempre stato colpito da quello che si chiama: il tempo dell’occasione, il celebre Kairos che si differenzia dal normale scorrere del tempo, il Kronos. Per farla breve il Kairos è una forma qualitativa del tempo e non quantitativa. Una misura senza centimetro, quella che preferisco.

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