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Atelier Wicar/Paoli

Tre mesi non bastano per capire una città; tre mesi per capire Roma è una frase che non dovrebbe neanche esistere. Tanti, eppure, sono quelli a disposizione per i borsisti dell’atelier Wicar: tre mesi per realizzare un progetto ispirato alla città, nella città. Philippe Paoli ha capito che quel tempo era appena necessario per capire i sampietrini sotto il suo studio: a piazza del Popolo. Paoli, insomma, ha compreso che per non correre errori converrebbe cominciare dal principio. E così ha fatto: è partito dall’origine, da Romolo e Remo. «Quello che però mi ha da subito colpito – dice in una mattina di inizio aprile nel suo studio – è la lupa». Paoli, il suo progetto, non l’ha chiuso, ha gettato le basi: c’era troppo da vedere a Roma. «In moltissimi racconti – continua – ricorre questa figura archetipa della fondazione a opera di due bambini salvati e allevati da una lupa. Fatto ancora più strano se consideriamo che il latte della lupa è indigesto agli esseri umani. Come se non bastasse la lupa e i bambini, sono sentiti come un forte simbolo identitario, simbolo che in realtà è risultato di un densissimo sincretismo».

Paoli quindi accumula foto di Roma: alcune fatte da lui, altre prese dall’incredibile iconografia sparsa in tutti i secoli disponibile su questa città. Una montagna di immagini che segue il percorso di conoscenza tanto amato dallo storico dell’arte Any Warburg. Materiale che accumula ossessivamente come un detective sui muri dello studio, foto incollate le una alle altre come in un labirinto senza via d’uscita. «Una pratica un po’ postmoderna, è vero – ammette l’artista – ma ha la potenzialità di far riflettere senza un testo scritto. Ho pensato poi di calcare ancora di più questo aspetto relazionale e inserire anche delle parole, o come li chiamo io, dei poemi quantici. Sorta di suggestioni in grado di definire un panorama larghissimo di senso partendo da una sola e unica parola».

La mostra che ha in mente Paoli per la collettiva a ottobre che riunisce tutti i lavori dei borsisti Wicar del 2018 prevede questo enorme collage a parete e una serie di piccole sculture in bronzo a definire meglio il soggetto di questo fiume di fotografie. Sì, perché come in tutte le storie, anche in questa, c’è un protagonista, e Paoli lo dice verso la fine dell’intervista: è un suo alter ego e si chiama Pepe Forz. «C’è in tutte le mie mostre, viaggia nel tempo: è un indiano con la maschera a gas a cavallo di una zebra. Ogni mia mostra è una sorta di nuovo capitolo di una storia vissuta da Pepe Forz come se l’insieme delle mie mostre fosse una serie e ogni mostra una puntata». È l’alter ego che unisce tutto il progetto: la messa in discussione della realtà.

«E poi – dice – ho un problema con la teoria del complotto. Cioè, mi interessa molto, credo sia una sorta di post moderno popolare: prendi un’idea, ne prendi un’altra che con la prima non ha niente a che fare e le unisci in maniera arbitraria. Ne esce fuori una terza irreale, sconclusionata. Immagina – conclude – la realtà che conosciamo come le radici e il tronco di un albero e il mio lavoro come rami e foglie di questo stesso albero: che vengono dalla realtà ma non sono esattamente la realtà».

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