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Il vaso secondo Gagosian

Se lo spazio è una questione di percezione, in questo caso l’ovale della Gagosian sembrerà ancora più grande del solito. Questo perché l’allestimento della personale della giapponese Shio Kusaka, ottiene la sua forza da un equilibrio tra la semplicità degli oggetti sui quali l’occhio si posa di primo impatto e la ricercatezza delle linee sulle quali essi sono poggiati. L’artista nasce a Morioka (1972) nel nord del Giappone, tuttavia il suo stile personale viene arricchito da studi all’Università di Washington. A oggi vive e lavora a Los Angeles e i suoi lavori si trovano in numerose collezioni europee e americane, come il Museo Voorlinden di Wassenaar (Olanda) o il Broad di Los Angeles o il Nerman Museum of Contemporary Art di Overland Park in Kansas.

Per l’esposizione l’artista si presenta al pubblico italiano attraverso la delicatezza di un oggetto, simbolo nella cultura d’origine dell’artista: il vaso. La tradizione dell’arte ceramista nasce proprio in Giappone, che vanta la paternità dell’uso della terracotta (i ritrovamenti più antichi risalgono al 10.000 A.C., epoca Jomon). Il nome Jomon significa proprio l’uso di corde e fili impressi nella terracotta morbida per dare ai vasi le decorazioni geometriche. Kusaka sceglie di parlare della cultura artistica del suo paese, creando una serie di vasi-sculture di diverse misure, le cui forme semplici, morbide e imperfette si sposano con decorazioni rigorose e minimali. L’artista rende omaggio anche al Minimal americano, posizionando nell’ovale queste opere come monoliti solitari ma senza la freddezza e il rigore della linea aguzza o del monocromo o delle luci al neon. La vista della mostra nel suo insieme è rilassante, i colori sono tenui, pastello e bianco sporco e osservandoli da vicino si riscontra una manualità precisa che restituisce una visione quasi tridimensionale.

Così come la tridimensionalità è ricercata anche nell’esposizione: si osserva inizialmente una fila ordinata di opere di minor grandezza monocromatiche che come nella tradizione orientale accolgono lo spettatore con deferenza; per poi aprirsi a una fila molto meno precisa. L’andamento ondeggiante ingrandisce lo spazio e chi entra assiste a una sfilata di creazioni dal gusto apparentemente primordiale ma dalla visione accogliente e dinamica. Le linee decorative abbracciano una ampia gamma di cose: dalle crepature involontarie, agli andamenti geometrici, alle venature del legno.

Il vaso rappresenta non solo una delle più antiche e preziose forme d’arte della cultura asiatica, ma nella mentalità giapponese, disposta alla condivisione e alla cura per le piccole cose, anche le imperfezioni della terracotta o le crepe nella struttura vengono tenute da conto come segno della genuinità dell’artigiano e come testimonianza che della imperfezione della vita (basti pensare alla celebre tecnica Kintsugi, per la quale un vaso rotto viene riparato con l’oro proprio perché la preziosità dell’oggetto non deve essere sminuita da una caduta ma incrementata). Il minimalismo di Kusaka è semplicità e attenzione per dettagli che non saltano all’occhio ma che bisogna sforzarsi di vedere sporgendo più in avanti il collo; una metafora anche del rapporto fra le due macro culture che lei riesce a incarnare con garbo e lavoro di buona qualità.

Fino al al 26 maggio; Gagosian Gallery, via Francesco Crispi 16, Roma; info www.gagosian.com

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