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Art in the age of the cloud

La prima cosa che fai quando prendi in mano Art in the age of the cloud, il saggio di Carlo Zanni pubblicato per DIORAMA editions e prodotto da Marsèlleria, è sollevare la copertina di plastica che avvolge il libro. Una di quelle rilegature che fanno un effetto un po’ sussidiario e che negli ultimi tempi ci piacciono tanto (vedi la pubblicazione di Nero Editions di Realismo Capitalista di Mark Fischer). Sul retro, una spiegazione in nero è incisa sulla fodera trasparente. Sollevandola restano impresse sul cartoncino bianco sottostante poche lettere sparse che vanno a comporre la frase: I am a file, how do you do?
Nel caso non fosse chiaro già dal titolo del libro, l’argomento toccato da Zanni è la tecnologia e come questa si è insinuata negli ultimi decenni in diversi campi della cultura, dall’industria musicale al funzionamento delle gallerie d’arte. Per chi non lo conoscesse, Carlo Zanni, artista classe 1975, da sempre è interessato a indagare le ripercussioni che il digitale e il web hanno sulla società. Art in the age of the cloud, tuttavia, non è un manuale astrattamente teorico, né un trattato apocalittico sul futuro che ci aspetta. Si tratta piuttosto di un saggio nel quale, attraverso vicende personali ed episodi concreti, Zanni arriva a prefigurare nuove dinamiche per un diverso rapporto tra il mercato, l’arte e i suoi principali attori.

Per farlo non usa un sistema cronologico puntuale, ma incursioni temporali aleatorie che attraversano gli anni duemila e in qualche caso si volgono indietro a guardare al Novecento. Punto di partenza è un evento personale, la call per una mostra al PS1 MOMA di New York per la presentazione di un video. Siamo nel 2001 e Zanni ha ventisei anni e nessun video in mano. In compenso sta portando avanti un progetto, prendendo GIF qua e là dal web e mettendole insieme come pattern, sfondi html. La partecipazione allo show va in porto, ma non è questo il punto. ”La mia vita – scrive l’artista – in quel momento cambiò perché avevo salvato una manciata di GIF rubate su Internet come file video senza neanche rendermene conto”. Da qui Zanni inizia a pensare al ruolo dell’opera d’arte in un’era fatta di oggetti effimeri e nella quale se da un lato risulta ormai superfluo parlare di crisi dell’autorialità (1936, l’avrebbe mai immaginato così il futuro Walter Benjamin?), dall’altro c’è un sistema economico, in particolare quello delle gallerie, ancora bloccato in una serie di regole ormai obsolete e poco funzionali. ”Nel mondo dell’arte – scrive Zanni – nessuno riesce a spiegare la differenza tra un dipinto e un video. Forse è per questo che si continuano a vendere nello stesso modo. La differenza c’è: il dipinto può vivere da solo; il video ha bisogno di device per esistere, per essere mostrato al pubblico”.
Alla base c’è la crisi del concetto di proprietà, che al tempo della sharing economy e dei commons collaborativi, per usare un’espressione di Jeremy Rifkin, diventa di per sé poco funzionale. Oltre a risultare “anacronistico” è un concetto assolutamente fittizio: ”Paghiamo tanti soldi per un’opera perché a partire da quel momento l’acquirente è libero di decidere il suo destino in forma esclusiva. Per un file digitale però non si ha più questo potere”. L’era dell’accesso ha dato la chiave del paradiso digitale a chiunque, sul cloud ognuno è padrone di ciò che trova. Proprio a partire da questo presupposto Zanni sottolinea l’importanza della tecnologia peer-to-peer, a cominciare da Napster, un software senza il quale molto probabilmente oggi non ci sarebbero Spotify, iTunes e così via. Nel P2P tutti gli utenti hanno la stessa importanza, una logica che ha portato a una vera e propria rivoluzione in campo musicale e ha permesso alla gente di capire meglio il funzionamento di Internet stesso. Per intenderci, Napster ha portato a un tipo di trasparenza che Zanni equipara al fenomeno Wikileaks.

Ma torniamo all’arte. In un’ottica della condivisione, in contrasto con le logiche di consumo che ancora oggi sono radicate nel sistema artistico, Zanni riporta la nozione di dono di Lewis Hyde, peraltro già espresso in un saggio dell’antropologo Marcel Mauss. L’opera d’arte deve contenere in sé il concetto di dono, per esulare dal suo unico status di bene di consumo: “Il dono deve essere continuamente in movimento, non può stare fermo, altrimenti perde la sua proprietà di dono”. Ovviamente questo principio prevede che ci sia una profonda trasformazione anche delle dinamiche interne ai luoghi deputati alla vendita e all’acquisto delle opere.
Le gallerie d’arte continuano a essere i principali contenitori fisici e concettuali di opere ma non sono state immuni alla crisi economica globale. Ad aggravare la loro condizione il fatto che, a partire dai primi anni Duemila, si sono uniformate al trend dei mega-franchising alla Gagosian, pensando di trarre così benefici economici: stessa durata delle mostre, stesso aspetto asettico. ”It was a rush”, scrive Zanni. Una gara al migliore che ha distrutto le medie e piccole gallerie. Il sistema fieristico dilagante ha reso inoltre gli artisti e i collezionisti schiavi di queste dinamiche, tanto da spingere privati e aziende a pensare di sperimentare nuove modalità di circolazione di opere d’arte, specialmente per ciò che riguarda i video e i lavori digitali. Non è un caso che Paddle8, casa d’aste online, abbia adottato di recente il metodo blockchain, un sistema che proteggerebbe gli artisti e i collezionisti da ogni tipo di frode.

Il sistema dell’arte, con le sue figure, se pure non è destinato a disintegrarsi, sicuramente in futuro apparirà profondamente modificato. Gli artisti che lavorano con il digitale hanno bisogno di nuovi canali fuori dal mainstream. Le loro opere non possono essere costrette tra le mura di una galleria, vivono nell’etere. E per il fatto stesso di appartenere a Internet non ha senso, secondo Zanni, che siano vendute a 10mila euro su un supporto fisico, come un DVD. Perché non pensare piuttosto a una condivisione? ”Ho deciso di mettere 1000 copie di un video sul mercato a 90 euro l’una. Si trattava di un video da 3 giga di nove minuti. Novanta euro per 1000 copie fanno 90mila e i vantaggi sono anche altri: prendi migliaia di collezionisti invece di sette e la distribuzione è la cosa principale, tutte le opportunità che possono nascere dalla ramificazione di quel video. Una piccola economia che può crescere su più livelli e trasformarsi in un vero e proprio mercato anche per i più giovani artisti”. Forse per questo l’audience è pronta, ma il mercato non ancora. Si tratta di sradicare un sistema ben saldo che ci portiamo dietro da secoli di mostre e di collezionismo. ”Sono nato con Napster e poi catturato da Pirate Bay e WikiLeaks. In un certo senso, sento in me un intenso spirito di condivisione e ho abbracciato la cultura del dono. Inoltre sento la necessità di istituire regole di base trasparenti per contribuire alla creazione di un diverso sistema artistico”. Dopo anni di pessimismo cronico, bloccati in questo estremo, eterno presente in cui sembrava possibile trovare una via d’uscita, si comincia a sentire una leggera brezza di positività. Infondere questo spirito, Zanni, non è affatto scontato. Abbiamo bisogno di una svolta di questo tipo che non sia non quella cupa e distopica prefigurata da Black Mirror, e di qualcuno che partecipi a scardinare l’imperativo thatcheriano TINA (There is no alternative), che per troppo tempo ha impigrito le menti e imposto una sensazione di impotenza alla propositività creativa. Zanni ci dice che un cambiamento è possibile ed è a portata di mano: ”Download, share, enjoy”, scrive. Non sarà la soluzione ma un buon punto di partenza. Troppo ottimismo?

Carlo Zanni Designed by Diorama Editions and Carlo Zanni Copy Editing by Halley Parry, Francesco Caruso, Denise Logsdon, Naomi Long Eagleson Supported by Marsèll, 2017. Info: www.dioramamag.comwww.marselleria.org

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