Due punti e a capo - Interventi

Andy Warhol nei Musei Vaticani grazie a Barbara Jatta

Ci sono eventi apparentemente minori che però hanno una forza dirompente intrinseca. Quella forza che poi porta a scrivere una pagina di storia. Andy Warhol in mostra nei Musei Vaticani è uno di questi. Il maestro della Pop art non è un personaggio qualunque e neppure un grande artista qualunque. Warhol è geniale per la sua creatività bipolare, dove tutto ed il suo contrario convivono armoniosamente: è un cattolico praticante e un’icona gay, è il pubblicitario delle multinazionali e un feroce critico della società dei consumi, è un provocatore nato ma dalla profonda spiritualità. Un artista così che entra in uno dei più importanti e visitati musei al mondo ma da sempre più orientato alle arti classiche non è una notizia ma un evento che appunto resterà nella storia dell’arte contemporanea e dello stesso stato vaticano. Micol Forti, la responsabile del dipartimento di arti contemporanee che ho avuto il piacere di avere con noi in giuria del Talent Prize, da anni è impegnata a favorire una maggiore apertura verso le arti del ventesimo secolo. Ma evidentemente ci voleva un’altra donna per arrivare a tanto.

Dal primo gennaio del 2017 il direttore dei Musei Vaticani è Barbara Jatta, una professionista con un curriculum impeccabile e con una storia personale altrettanto perfetta. Il fatto che Papa Francesco abbia scelto lei è il vero inizio di questa storia. Una donna su quella poltrona indica di per sé nel cambiamento, nell’apertura, nell’inclusione il percorso da seguire. E Barbara Jatta non si è fatta attendere. Oltre a mettere mano all’ordinaria amministrazione raccogliendo la non facile eredità di un altro grande direttore, qual è stato Antonio Paolucci, la Jatta ha dato il via libera a Warhol, realizzando l’impensabile, restituendo cioè al contemporaneo uno spazio eccelso ma finora dimostratosi refrattario ad ospitare artisti dei nostri tempi. Warhol è stato a mio giudizio uno dei più grandi artisti del Novecento. Per lui il pop di popular non era da intendersi con il significato di famoso ma con l’accezione di ”per il popolo, per le masse”. Un’arte non per le élite ma per tutti, esattamente come i prodotti commerciali per i quali lui stesso faceva la pubblicità.

Brillo e la zuppa Campbell divennero le immagini emblematiche di questa filosofia dirompente. La replicabilità, la serialità delle opere infranse un tabù che aveva dominato il mondo dell’arte per millenni. Il bello per tutti di Warhol fu la realizzazione di quel sogno studentesco sessantottino che voleva la creatività al potere. Lavorava per le multinazionali ma predicava l’egalitarismo culturale, era un omosessuale orgoglioso che girava un intero film su un amplesso tra maschi, ma allo stesso tempo era un uomo di rara spiritualità, dedito al bene altrui e alla pratica religiosa. Warhol è un gigante del ’900. Il suo arrivo nei Musei Vaticani è un altro segno dei tempi che cambiano. È l’ennesima riprova del percorso innovatore ed inclusivo lanciato da questo Papa. Il contemporaneo portato per la prima volta al Quirinale dal Presidente Sergio Mattarella e l’ingresso di Andy Warhol in Vaticano mi fanno dire che forse non tutto è perduto e che anche un paese come il nostro, arretrato, mal gestito e spesso provinciale, può recuperare. Per queste ragioni mi sento in dovere, prima ancora di vedere la mostra, di ringraziare pubblicamente Barbara Jatta: ci vuole coraggio e determinazione per allestire una mostra così. Il coraggio di una donna.

 

 

 

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