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Scorribanda

Decine di libri e di articoli hanno raccontato in questi anni la gloriosa storia dell’arte che tra gli anni Sessanta e Settanta ha attraversato Roma. Un periodo di grande fermento creativo che a torto viene da molti semplificato come un’emulazione italiana delle suggestioni americane. Si, è vero, gli artisti italiani guardavano alla Pop Art ma nel mentre sviluppavano forme e concetti personali, nel tentativo di trovare la propria strada tormentati dalla necessità di trovare un compromesso tra affermazione economica e ricerca di libertà. In quegli anni i galleristi avevano il compito e la sensibilità di canalizzare le inquietudini degli artisti, cogliendo con intelligenza le sfide che la nuova arte metteva sul tavolo. Tra questi, Fabio Sargentini, che quest’anno festeggia i Sessant’anni della galleria L’Attico, fondata dal padre Bruno nel ’57 in piazza di Spagna, poi spostatasi nel garage di via Beccaria e infine in via del Paradiso, dove oggi continua la sua attività. È in occasione di questa ricorrenza che il gallerista ha deciso di donare l’archivio dell’Attico alla Galleria Nazionale e di presentare, insieme alla direttrice Cristiana Collu, una mostra, Scorribanda, che ripercorre una parte della storia fatta alla galleria.

«Con questa donazione – ha affermato Collu, che alla presentazione del progetto alla stampa ha espresso con emozione l’onore di aver collaborato negli ultimi mesi con il gallerista – abbiamo aggiunto un tassello importante alla Galleria Nazionale e ci impegniamo ora a metterla in valore». D’altra parte non c’era luogo più adatto a custodire questo archivio, anche la Galleria Nazionale è stata per l’arte d’avanguardia un punto saldo negli anni di Palma Bucarelli e afferma oggi, con Cristiana Collu, la volontà di prendere quell’eredità e proiettarla nel futuro. Per il momento, nel presente, si comincia da una mostra, di cui Sargentini ha firmato anche l’allestimento, che si sviluppa nel salone centrale del museo e accoglie 39 artisti e opere di grande formato dalla fine degli anni 50 a oggi. «Nel termine Scorribanda – con cui Sargentini ha dato il nome alla mostra – c’è un che di piratesco, di corsaro, che mi piace». Un termine “azzeccato”, come l’ha definito la Collu, che sintetizza gli anni di attività della galleria L’Attico e della scena romana. «Gli anni ’60-’70 – aggiunge Sargentini – sono stati fenomenali. Erano anni di corsa continua, in cui dovevi mettere in pratica un’idea prima che qualcuno te la fregasse. L’Attico non ha assecondato solo la Pop Art, ma ha accolto le sperimentazioni di artisti come Pascali e Kounellis, che con la mostra Fuoco immagine acqua terra, nel giugno 1967, posero per la prima volta l’attenzione sui materiali, cosa che li avrebbe poi condotti verso l’Arte Povera». Non solo, è stata anche la galleria che negli anni Ottanta ha testimoniato il ritorno alla pittura, periodo su cui Sargentini ha deciso di concentrarsi in questa mostra.

A esclusione di due sculture infatti situate nello spazio tridimensionale, il resto delle opere si sfiorano a parete, ponendosi come una grande unica installazione, “Un colpo d’occhio a 360 gradi – scrive Sargentini – che sa di accerchiamento”. Si va dalla Santa Paola di Paola Gandolfi al fotografico Concertino di Luigi Ontani e poi il ritratto di Borges di Paolo Del Giudici, il mondo rurale di Luca Patella e Hidetoshi Nagasawa e Pistoletto con lo Specchio di famiglia. Senza dimenticare Primo piano labbra di Pascali, «a “causa” sua – dice Sargentini – si consumò la rottura con mio padre». Alcuni lavori si insinuano nell’architettura del salone, con intrusioni che invadono anche il corridoio centrale della galleria. «È la Scorribanda di una vita – spiega la direttrice della Galleria Nazionale – magnificamente, sontuosamente vera, autentica, onesta, forte, muscolosa, alza la testa, il sopracciglio, ride scanzonata o si incupisce, non si prende sul serio ma è bene non fidarsi che subito cambia umore. Un’architettura effimera, una giostra, una cintura stretta che vive nell’architettura del Bazzani del Salone Centrale». Con un’espansione, dunque, che non è solo architettonica, ma anche storica, Sargentini ci ricorda una parte della nostra storia comune, un capitolo che a volte ci dimentichiamo faccia parte del passato della nostra città: «Mi hanno chiesto tante volte di aprire una galleria a New York. Io sono sempre rimasto a Roma». Che le cose siano cambiate dagli anni Sessanta, nessuno può metterlo in dubbio, ma a volte guardare indietro serve da spinta propulsiva per ricordarci di cosa siamo capaci di creare. 

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