Spazi

Rosina#1 Spectrum

Qualche tempo fa, Londra Est. Due artisti: Diego Miguel Mirabella e Michela de Mattei aprono un artist run space, Limone. Inaugurano con una collettiva, l’appuntamento numero zero. Ora fino al 21 gennaio, sotto la curatela di Giuliana Benassi e con il supporto dell’Istituto di Cultura Italiana di Londra, Limone presenta un secondo appuntamento, una nuova collettiva. Tredici artisti fra italiani e stranieri raccolti sotto il nome di Rosina#1 Spectrum. È la curatrice che risponde alle domande.

Rosina#1 Spectrum, come mai questo titolo?
«Rosina #1si riferisce al nome della via in cui si trova Limone space e il numero segue l’appuntamento #0 del 2016. Il termine Spectrum vuole recuperare l’origine latina del termine immagine, spettro, visione, apparizione, apparizione di un morto, può essere inteso come molteplicità e al contempo vuole instaurare un dialogo con la parola inglese spectrum in riferimento agli aspetti gotici della cultura anglosassone. Nasce anche dal luogo, infatti Limone è uno spazio in continua trasformazione. Ex fabbrica di stampanti, Limone è attualmente casa e studio dall’artista Michela de Mattei (coofondatrice dello spazio insieme a Diego Miguel Mirabella) la quale svolge il ruolo di guardian del fabbricato; condizione che impone un precario soggiorno nel luogo, poiché lo stabile è destinato ad esser convertito in altro. Questo aspetto di transitorietà ha sollecitato un pensiero espositivo in termini di interpretazione poetica del quotidiano, proponendo una lettura attraverso lo spettro infinitamente variegato delle opere e quindi delle visioni degli artisti invitati».

Una collettiva numerosa, 13 artisti, cosa condividono, come li hai scelti?
«Gli artisti scelti sono italiani o legati  all’Italia per ricerca artistica e personale. Il dialogo con gli artisti fondatori di Limone è stato messo al centro come genesi della costruzione di tutto il pensiero espositivo. Un dialogo anche a distanza che ha permesso di coordinare gli aspetti organizzativi, con Michela de Mattei da Londra e la mia risposta da Roma. In generale la mia direzione d’indagine predilige spazi non canonici, per questo abbiamo raggiunto una visione comune. Una mostra può essere una magia che trasforma lo spazio in qualcos’altro, in un contenitore capace tenere le opere in tensione tra loro. La scelta degli artisti è stata dettata anche dalla volontà di far incontrare linguaggi diversi, spesso in contrasto tra loro, ma con l’ottica di tentare un equilibrio corale».

I lavori presentati sono inediti?
«Alcuni sì: sono le opere di artisti che comprendono nella genesi del proprio lavoro lo spazio come elemento imprescindibile per concepire l’opera. Gli artisti Thomas Hutton, Michela de Mattei, Calixto Ramirez e Josè Angelino hanno presentato delle installazioni site-specific. Come una sorta di bassorilievo, il lavoro Untitled (stack) di Hutton manipola la profondità di una parete sovrapponendo idealmente due paesaggi cimiteriali associati dall’artista per analogia: quello del Verano a Roma e quello londinese di St Jhon-at-Hackney. A partire da un pilastro Composizione per vetri vibranti di Angelino genera un contrasto tra il cemento armato e le lastre di vetro vibranti poiché sollecitate da onde sonore. Sempre a partire dall’aspetto architettonico e industriale dello spazio, il lavoro di de Mattei interpreta la geometria del soffitto scandita dai tubi del sistema anti-incendio. L’artista esaspera e rompe il ritmo della struttura tubolare fino a connetterla con la ”natura morta” della serie scultorea realizzata con il ”sistema idrico” di foglie di fichi d’india essiccati al sole: un corto-circuito visivo e concettuale tra le trame della natura e quelle artificiali, e le loro reciproche funzioni. Ramirez ha invece riflettuto sulla condizione dello spostamento fisico dell’uomo attraverso le barriere doganali che dividono i paesi del mondo. Pensando all’immigrazione come a un fenomeno corporale, l’opera Immigration act 1971 notice of refusal of leave to enter riporta la sagoma di un uomo distesa su tappeto di dissuasori per piccioni, toccando le tematiche della libertà, del potere, dell’assenza».

Non deve essere stato facile allestire lavori così diversi fra loro in uno spazio di per sé meticcio.
«L’allestimento della mostra è stato una sfida. Limone è un luogo vissuto, pieno di mobili, oggetti e tracce di vita quotidiana. Perciò è stato svuotato fino a quando le opere non sono entrate nello spazio; poi di nuovo riempito, poco a poco. L’allestimento ha trasformato lo spazio, pur conservando degli angoli domestici e caratteristici del luogo. Un’operazione dunque che ha tentato il raggiungimento di un equilibrio tra la natura dell’ambiente e la sua conversione in luogo espositivo temporaneo. Alcuni lavori hanno trovato un impianto installativo ripensando ad alcuni ambienti come a possibili display. Il turbofilm Ambaradan di Alterazioni Video, presentato a cavallo tra due stanze, è un’esplosione sonora e di colore, in cui gli artisti immaginano un futuro prossimo dove gruppi autonomi di indigeni d’Ethiopia resistono all’avanzamento della modernizzazione riorganizzandosi in tribù nomadi, tecnologiche e indipendenti. B(m) è il titolo della video-installazione di Marco Strappato, frutto del re-editing del documentario Blind Child del 1964 di Johan van der Keuken sulla corsa di un gruppo di ciechi, letta dall’artista come riflessione sul vedere e sul visibile. Una considerazione analoga si trova nel lavoro di Alessandro Dandini de Sylva il quale usa la fotografia per indagare l’ambiguità delle immagini e della rappresentazione. La serie di bruciature su polaroid crea l’illusione di un’ombra in ingannevoli vedute aeree di paesaggi lacustri, così come i fori sulle superfici marmoree invitano l’occhio a una visione piatta di un non-vuoto. I lavori di Corinna Gosmaro, Luca De Leva ed Emiliano Maggi invece derivano da una ricerca antropologica e di interpretazione simbolica delle forma. Palette di Gosmaro è una coppia di sagome in dibond riproducente la forma di antiche palette di età egizia predinastica. Queste, utilizzate in origine per scopi domestici e trovate in vari corredi funerari, diventano agli occhi dell’artista supporti narrativi sulla resistenza nel tempo delle forme. L’oggetto come feticcio, come elemento capace di ”animarsi” è presente anche nel lavoro Angel di De Leva nel piccolo angelo bianco in resina ripensato in un bagno di olio d’oliva. Spectrun Sound System di Maggi è frutto di una ricerca sul suono in relazione alle forme quasi primitive delle ceramiche bianche che diventano gusci per microfoni sempre accesi. La pittura è presente con l’opera di Marta Mancini Untitled in cui scie di colore sembrano scivolare sulla tela e aprono un discorso sul processo pittorico condotto dall’artista per mezzo di stratificazioni e sottrazione di colore. Di notte guardavo l’atlante di Diego Miguel Mirabella traspone un elemento scultoreo in pittura attraverso la tecnica marocchina del mosaico in cui i disegni zellige di matrice magrebina incontrano il rigore dei pilastri e delle ombre. Suggestioni notturne arrivano anche dall’opera di Renato Leotta, Limone, Limone, luminogramma su carta realizzato al chiaro di luna».

Limone è un artist run space. Una tipologia espositiva che sta prendendo piede un po’ ovunque, anche in Italia, tranne che a Roma. Perché? 
«Londra è una città che offre queste opportunità a partire dalla disponibilità degli spazi e dalla logica con cui vengono gestiti e riqualificati alcuni quartieri delle aree periferiche e popolari. La gentrification è un fenomeno londinese che, nel caso di Limone, incontra la volontà degli artisti di costruire degli spazi dinamici che, seppur destinati a vivere in un periodo di tempo limitato, diventano contenitori di altro. Lo spazio è forse l’elemento che appartiene alla ricerca di tutti gli artisti: uno spazio fisico riflette la costruzione di uno spazio mentale, ne condiziona la ricerca e le possibilità di sperimentare il lavoro; è anche una questione geografica, di posizionamento e diventa lente attraverso la quale osservare la realtà circostante. Roma avrebbe i principali ingredienti per generare un posizionamento geografico di molti artisti o progetti artistici in spazi caduti in disuso e da rigenerare. Dicevamo tra gli ingredienti principali ci sono lo spazio, gli artisti e la visione di un progetto. Quello che manca è, a mio avviso, una volontà politica illuminata, capace di convogliare nuovi progetti in occasioni per tutta la città; per far questo ci vorrebbero delle agevolazioni di accesso agli spazi e l’apertura a una progettualità rivolta a favorire lo sviluppo di centri simili con uno sguardo più lungimirante in senso di rapporto arte-pubblico. Tuttavia, non credo nella facile esportazione di format. Ci sono progetti che nascono in un determinato luogo come risposta concreta e coerente a precise urgenze, sfruttando le condizioni e le opportunità locali. Evidentemente a Roma manca ancora un incontro tra urgenza e condizioni, e chissà; potrebbe nascere invece qualcosa di nuovo e più corrispondente alle dinamiche della città. Ad esempio There is no place like home, progetto romano del qual faccio parte attivamente, si colloca in questa dimensione poiché itinerante e senza fissa dimora».

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