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Teoria delle apparenze

La mostra Teoria delle apparenze, allestita alla Galleria Fumagalli di Milano, a cura di Angela Madesani e Annamaria Maggi, si propone di abbracciare l’interno arco di produzione dell’artista Giulio Paolini attraverso una selezione di opere realizzate dal 1960 al 2015. Partendo dal Disegno Geometrico del 1960 e sviluppandosi verso il concettuale, l’esposizione si snoda lungo 12 opere che hanno l’obiettivo di guidare il visitatore, attraverso un percorso chiaro e ben equilibrato, verso la comprensione del pensiero dell’artista e del suo campo d’analisi, ovvero la struttura basilare della visione e i metodi dell’operare artistico, che lo hanno portato, negli anni, a sviluppare un processo di decodificazione lontano dall’elaborazione di immagini e vicino al segno, alla geometria visiva, alla matematica. Assenze e presenze contribuiscono a ridisegnare lo spazio e le opere che lo popolano, creando dei vuoti o delle false percezioni entro le quali trovano luogo citazioni filosofiche, scientifiche, riferimenti artistici, letterari e religiosi (Quam Raptim ad sublima, 1969; Comédie Italienne, 1984; L’indifférent, 1992). L’idea del quadro come contenitore potenziale di tutte le opere passate e future è ben evidente nelle opere Studio per Da Lontano (2015) e Studio per Villa dei Misteri (2013) dove si mischiano atmosfere surreali a vertiginosi spazi che si perdono nell’infinito bianco e nero dell’inchiostro.

Lembi, specchi, soggetti mancanti sono presenti in altre opere come riflessione sul concetto di tradizione esperibile solo in frammenti. Un libro bianco aperto alle ultime pagine e retto dal calco in gesso di una mano costituiscono parte del lavoro L’arte e lo spazio, quattro illustrazioni per uno scritto di Martin Heidegger (1983), un rimando alle quattro osservazioni del filosofo tedesco paradigma del pensiero sull’arte in quegli anni. Le parole non danno più corpo al gesto della lettura, ruolo, ora assunto dai frammenti bianchi che custodisce, che producono, quasi, pagina dopo pagina, un deposito materiale fino a trasformare il testo in scultura. Su un cavalletto in legno, in Terra di nessuno (2013/2014), quattro frammenti di un disegno prospettico in teca evocano un quadro senza però rivelarlo, lo sguardo ne coglie le premesse, ma la visione si disperde ancor prima di compiersi. Un omaggio, questa mostra, a una delle figure artistiche più rappresentative della ricerca italiana d’avanguardia, in grado di esplorare la natura tautologica e metafisica dell’operare artistico mettendo in discussione le sue sovrastrutture di metodo e rigenerando il lavoro in prospettive sempre nuove.

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