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TAKE ME (I’M YOURS)

Sul Dizionario della Lingua Italiana il verbo rigenerare ha principalmente tre definizioni: generare di nuovo, ricostruire, usato principalmente in ambito scientifico; come termine figurativo, si ricollega sia all’ambito religioso che a quello sociale per indicare la nascita a nuova vita nel segno della grazia e a all’azione che può ricondurre all’antica dignità, gloria, grandezza; infine, può essere considerato, per estensione, al pari di rendere nuovamente efficiente. Il re-enactment della collettiva Take Me (I’m Yours), da Pirelli HangarBicocca fino al 14 gennaio 2018, racchiude in sé tutte queste definizione e le porta alla loro  più ampia evoluzione. Il progetto, pensato da Hans Ulrich Obrist e Christian Boltanski e a cura anche di Chiara Parisi e Roberta Tenconi, è stato pensato per rinnovarsi e rigenerarsi nel tempo, ogni volta con uno sguardo diverso sulla contenporaneità e i suoi differenti aspetti. L’idea all’origine della mostra nasce agli inizi degli anni ‘90 da una serie di conversazioni e riflessioni tra il curatore Hans Ulrich Obrist e l’artista Christian Boltanski sulla necessità di ripensare i modi in cui l’arte viene esposta. In queste “chiacchiere da bar” i due hanno immaginato molti progetti, alcuni improbabili, altri divenuti in seguito concreti, come “do it” e la pubblicazione “point d’ironie”; “Take Me” si inserisce in questa serie di iniziative accomunate dall’intento di mettere in discussione il concetto, secondo Boltanski, della “sacra reliquia” rompendo il tabù per il quale in un museo l’opera non si può toccare perché considerata sacra. Per fare questo bisognava, quindi, reinventare le regole del gioco e Obrist, partendo da un’opera del 1991 del suo maestro, Quai del al Gare, ha pensato a come poter passare da una dispersione immateriale a una dispersione materiale dell’opera, invitando il visitatore a creare un rapporto più intimo con l’opera, in controtendenza con l’enorme sviluppo del mercato dell’arte avvenuto negli anni ’80. 

Allestita per la prima volta nel 1995 alla Serpentine Gallery di Londra – e a partire dal 2015 in versioni ogni volta diverse a Parigi, Copenhagen, New York e Buenos Aires –, la versione dello Shed di Pirelli HangarBicocca raccoglie più di cinquanta artisti divenendo così la più ampia tra le edizioni di Take Me (I’m Yours). Lavori storici di alcuni dei dodici artisti della prima edizione, sono qui affiancati a nuove produzioni appositamente concepite; il nuovo allestimento, ideato dall’artista e designer Martino Gamper, segue come filo conduttore nella scelta dei nuovi artisti il legame con la città e le sue peculiarità (come il design) spingendosi, attraverso gesti e azioni, oltre ai confini reali dello spazio espositivo, camminando nel quartiere, viaggiando in rete ed, infine, entrando nelle case delle persone sotto forma di una vera e propria collezione privata di oggetti, sempre uguale e diversa a se stessa. Il pubblico, nel percorso idealmente circolare attraverso cinque diverse aree tematiche che, insieme al ritratto, coinvolgono la parola, il cibo, il ready made e l’esperienze, la traccia fisica della presenza, è invitato a compiere diverse azioni e, nell’atto del fare, viene chiamato a immaginare un modo più diretto e coinvolgente di vivere l’arte, nel quale l’idea del dono diventa una chiave alternativa per leggere la società contemporanea.

Non solo, Take Me può anche essere letta come una mostra planetaria, in grado di cambiare continuamente e dialogare con epoche e culture diverse, in cui il tempo diviene elemento relativo in quanto risulta impossibile stabilirne una reale fine: l’appropriazione degli oggetti e lo scambio effimero di esperienze rendono infatti il progetto sempre vivo e in continua espansione. Una mostra che nasce e continua a dimostrarsi, si potrebbe affermare, estremamente contemporanea e democratica. Contemporanea in quanto il livello di condivisione dell’arte, oggi, è esponenzialmente più diffuso rispetto a vent’anni va, grazie a strumenti come la rete e la tecnologia digitale. Questo mezzi ci portano a considerare l’estensione attuale della globalizzazione e la sua conseguente pericolosità, nel pensiero di Édouard Glissant, presente nell’omologazione. L’atto diretto che viene chiesto di compiere ai fruitori della mostra, invece, reinventa le regole del gioco e rimette l’uomo – non necessariamente colto, del settore, preparato – al centro delle dinamiche relazionali e spaziali e quindi in grado di rendere l’arte alla portata di tutti e per tutti. 

E così, nello scegliere un vestito usato da Dispersion (1991-2017) di Christian Boltanski in realtà si sceglie di custodire e diffondere le storie di persone lontane, di dare loro una nuova possibilità; nell’irriverenza delle spillete di Gilbert & George, che riprendono gli slogan ironici e satirici dei poster appesi in mostra, THE BANNERS (2015) e negli stencil di Lawrence Weiner, che riportano il motto The art of today belongs to us (NAU EM I ART BILONG YUMI, 1988/2017) si può leggere il pensiero di W. Morris Art for All; o ancora, mangiando una caramella dell’opera Untitled (Revenge), 1991, del cubano Félix González-Torres, si può contribuire alla distruzione dell’opera prendendo parte attiva al suo intimo processo di elaborazione della vita e della morte. In questo vortice di movimenti ed esperienze, l’ultima azione che viene di richiesta è di lasciare un desiderio (Yoko Ono, Wish Trees, 1996/2017), prima di lasciarsi la mostra alle spalle e cominciare a farla rivivere.

Info www.hangarbicocca.org

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