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Meridiani, paralleli e pixel

Domani forse il mondo lo guarderemo con gli Oculus rift. Cammineremo o resteremo seduti a contemplare un surrogato di realtà che altro non è se non reticolo di pixel che, grazie a un aumento ottimale di risoluzione dell’immagine, non sono visibili all’occhio umano. In pratica vivremo in una rete ma senza farci caso. Qualcosa di non molto diverso da quello che facciamo già. Sono secoli, infatti, che l’uomo per comprendere e ordinare il mondo lo fa letteralmente a pezzi, suddividendolo, sezionandolo in porzioni in modo da riuscire ad avere un controllo su di esso. Si è trattato in origine di un processo piuttosto intuitivo, basato sulla necessità di creare un linguaggio universale, un insieme di regole che permettessero un migliore funzionamento della società, che semplificassero le nostre azioni quotidiane. “Il globo terrestre venne suddiviso in paralleli e meridiani già da Eratostene nel 200 a.c.”. Fabrizio Bellomo, nel suo ultimo libro Meridiani, paralleli e pixel, parte da lontano per tracciare un percorso teso a dimostrare come alla base di ogni elemento controllato dall’uomo si nasconda un codice che ne regola il funzionamento. C’è una struttura, un substrato che accomuna quel mondo disegnato nell’antichità e il mondo virtuale nel quale vivremo, si chiama griglia. Un sistema organizzativo matematico visivo, oltre che concettuale, che è diventato il nostro parametro di conoscenza. Una volta preso atto di questo, non se ne esce più. Tanto che arriviamo a porci la domanda: esiste davvero qualcosa se non viene messo a sistema, misurato, catalogato?

Le griglie sono ovunque, per Bellomo si manifestano da bambino sotto diverse sembianze: il telaio della bisnonna Filomena, la passione del padre per la fotografia, il metronomo delle lezioni di piano. Esempi e suggestioni personali che vanno di pari passo con momenti universali della storia dell’uomo, come l’invenzione della cartografia per misurare la terra, la scansione del tempo e l’invenzione dell’orologio: “Ogni passaggio di scomposizione e ricomposizione – scrive Bellomo – ha offerto all’umanità un nuovo linguaggio, un linguaggio che a sua volta ha implicato trasformazioni del nostro circostante, del nostro modo di osservarlo”. Un’osservazione che si fa particolarmente vera nella storia dell’arte, dalla scoperta del Canone di Policleto, parametro di misurazione che nell’arte greca coincideva con il bello per eccellenza, passando per l’invenzione della prospettiva, più tardi per il divisionismo, il neoplasticismo, le ricerche del Bauhaus, fino ad arrivare alla fotografia, all’immagine digitale, alla realtà virtuale. “Ogni volta che guardiamo fuori da una finestra munita di zanzariera stiamo guardando al mondo secondo il sistema di frammentazione di Dürer”. Diversi movimenti e studi nell’arte si sono basati proprio sul calcolo delle proporzioni, sulla suddivisione di linee, di pennellate. La vera svolta iconografica però è arrivata con la grafica bitmap. Spiega Bellomo che se nella fotografia analogica, così come nei macchiaioli o nel pointillisme, l’immagine prende forma per agglomerato di punti ricostruiti dal nostro cervello come immagine, nella fotografia digitale c’è la griglia e ci sono coordinate che identificano ogni punto, proprio come per la cartografia. Il progresso tecnologico ha permesso la creazione di maglie sempre più strette, quindi in grado di raccogliere sempre più informazioni, e la realizzazione, quindi, di macchinari che hanno consentito una misurazione sempre più precisa. “Meccanizzare una tecnica – scrive Bellomo – significa anche comprendere gli schemi alla base di essa che, seppure impiegata da secoli a mano, viene interiorizzata al meglio solo nel momento della frammentazione necessaria alla sua meccanicizzazione”.

Proprio sulla scia di quest’ultima riflessione si inserisce il progetto presentato dall’artista per il Talent Prize 2017, Untitled, vincitore del premio speciale Inside Art. Si tratta di una serie di ritratti realizzati attraverso la trasposizione numerica manuale del codice colore di ogni pixel che compone una foto-tessera scaricata da Internet. Un processo che se apparentemente ricorda quello di un amanuense, è in realtà più simile a quello di una macchina. Grazie alla diversa quantità di inchiostro versato per copiare ogni stringa numerica relativa al codice colore di ogni singolo pixel (e quindi grazie alla diversa luminosità che questi quadratini compilati ora generano) il nostro sguardo è in grado di percepire un volto, nonostante del ritratto ci sia solo la traccia numerica, la griglia sottostante all’immagine digitale. Il lavoro sfrutta la nostra capacità di codifica, probabilmente dovuta a un insieme di passaggi stratificatosi negli anni nel nostro sistema percettivo. “Dove può arrivare questa codifica? – si chiede Bellomo – potrà un giorno il nostro cervello codificare automaticamente un insieme di numeri in immagine?”


Tuttavia queste non sono le uniche domande sul tema che le nuove tecnologie hanno sollevato. Nel capitolo Individua, cattura, controlla, Bellomo tocca un tema interessante e più che mai attuale. Se è vero che, come si è detto sopra, l’infittirsi della maglia ha portato a intercettare un numero maggiore di informazioni, chi detiene il potere di controllarle?
Prendiamo le immagini sul web: nonostante chiunque abbia il potere di intercettarle e di modificarle, sono in pochi ad avere il potere di usarle al servizio del controllo sociale. Inoltre, attraverso i dispositivi che usiamo quotidianamente tutti contribuiamo giorno dopo giorno a generare più immagini, informazioni e a infittire la trama della rete. I vantaggi della tecnologia sono indiscutibili ma è sempre più elevato il rischio di rimanere intrappolati nella rete. Lo stesso Zygmunt Bauman già alcuni anni fa parlava di sesto potere per riferirsi al tema sorveglianza nella modernità liquida, presentando un nuovo modello di società in cui le forme di controllo sono sempre più indefinite poiché le stesse vittime contribuiscono e sono responsabili del loro stesso controllo. Un aspetto oggi più che mai attuale ma che va ben oltre la questione dell’immagine.

Fabrizio Bellomo, Meridiani, paralleli e pixel. La griglia come medium ricorrente, postmedia books, 9.90 euro, 2017. Info: www.postmediabooks.it

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