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Red Hope

Nella tradizione persiana il tappeto è simbolo di avventura e magia, ma come metafora insegna, stare con i piedi per terra è il contrario di sognare: come conciliare visione fiabesca e realtà? Dall’incontro di magia, scienza e desiderio di scoperta. Così nasce Red Hope, la mostra di Leonardo Petrucci, a cura di Giuliana Benassi, che ci invita a calpestare per primi il suolo del Pianeta Rosso, su tappeti in lana dalla manifattura preziosa. Come sculture, attraverso i chiaro-scuri e i giochi di pieni e vuoti, i tappeti riproducono nel modo più fedele possibile le immagini del suolo marziano, scattate nel 2003 dal Rover Curiosity durante il programma di esplorazione della Nasa. L’artista, per invitarci a camminare su Marte, ha scelto lo spazio di uno dei negozi di tappeti più prestigiosi di Roma, Zinouzi Tapì, convertendolo in un tempio che accoglie le opere e allo stesso tempo, crea un dialogo con il contesto. Complementare al lavoro è la realizzazione di un libro d’artista, quasi un diario di bordo che contiene il prezioso contributo dell’astrofisico Gianluca Masi, la voce della scienza. 

Marte è la cosiddetta Speranza Rossa.
«Negli anni ’60 era la luna, adesso è Marte la speranza che abbiamo tutti per un futuro alternativo. Il progetto nasce due anni e mezzo fa, volevo portare l’essere umano a mettere i piedi sul suolo marziano prima ancora di arrivarci con il vero viaggio, quando lo faremo. Per farlo avevo subito pensato ai tappeti, ma contavo di stamparli».

Come è avvenuto poi il passaggio alla lavorazione artigianale?
«Il lavoro si è arricchito con una ricerca della preziosità dell’oggetto in sé. Il progetto che avevo in mente era da tanto tempo quello del tappeto, ma è dall’incontro con il luogo che ho scoperto la possibilità di andare oltre. Con Zinouzi è infatti nata l’idea di farli realizzare artigianalmente. Grazie a lui abbiamo potuto coinvolgere gli artigiani di Varanasi, con i quali c’è stato uno scambio continuo e che hanno realizzato i tappeti punto per punto, filo per filo, tingendo le lane con pigmenti naturali. Una parte del viaggio narrato nel libro riguarda proprio lo scambio con gli artigiani, una componente fondamentale di questo viaggio». 

Una location atipica, quella di Zinouzi. Come l’hai trovata?
«Atipica e importantissima perché per mischiare i mondi dovevo trovare una dimensione altra, coinvolgere i mercanti ma anche riallacciarmi in maniera concettuale alla tradizione persiana, quella del tappeto volante che porta alla dimensione fiabesca, mentre questi tappeti volanti portano su un altro pianeta».

Qual è il punto di vista di chi mette i piedi sui tuoi tappeti marziani?
«C’è un triplice punto di vista, marziano, umano e meccanico, quello del Rover, da cui provengono tutte le immagini».

Possiamo dire che questa esperienza ha portato anche te in nuovi mondi?
«Decisamente. Non mi ero mai appassionato ai tappeti. Come in tutto il mio lavoro, io parto dal concetto. Ho da sempre lavorato su una base, l’alchimia, che è anche al centro del mio lavoro. Ma essendo l’alchimia un sistema aperto essa mi permette di avvicinarmi ad altre tematiche, qui l’alchimia del tappeto si affaccia sul mondo dell’astrofisico».

Il progetto continuerà?
«Si certo, proseguendo con la realizzazione di altri tappeti e nuove esposizioni in altri spazi».

Fino al 26 Novembre, Red Hope, Zinouzi Tapì Piazza Nicosia 13, Roma

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