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Touch me

Quest’anno il titolo di Paratissima a Torino è Superstition perché la tredicesima edizione cade proprio nell’anno duemiladiciassette, due numeri scaramantici per eccellenza. Nessuno è superstizioso e tutti lo sono, secondo lo staff della fiera presieduto da Damiano Aliprandi. Ovviamente il simbolo che accompagna il titolo non poteva essere se non una scultura di una mano che “fa le corna”. E si legge sul sito di Paratissima: “E tu farai le corna insieme a noi?” La fiera è ospitata nella caserma La Marmora: uno spazio, con corte centrale, ampio 20.000 metri quadri. La caserma verrà poi restaurata grazie al progetto firmato Carlo Ratti Associati che la trasformerà in uno luogo di co-living, co-working, co-making rispettando l’impianto militare risalente al XIX secolo. Tante le sezioni per Paratissima e, fra gli artisti che partecipano, la fotografa Anna Sowinska con il progetto Touch me a cura di Massimo Ciampa con testo critico di Francesco Giulio Farachi. Sowinska, artista italo- polacca, vive e lavora a Roma, e la sua passione per la fotografia nasce durante i suoi lunghi viaggi in Asia. Ha sviluppato nel corso del tempo un’attenzione all’immagine che si focalizza sulle sensazioni che il corpo femminile emana. Da donna, scruta le donne. Da donna, si relaziona con le donne. Da donna, si intrufola nella sensibilità delle donne. Da donne crea legami umani con altre donne che le consentono di indagare le particolarità di ogni anima e di ogni corpo femminili. Le sue modelle diventano per prima cosa complici. Dal dettaglio all’astrazione non tralascia mai un gusto estetico che si nutre di attenzione per l’altro da sé. Attraverso la bellezza restituisce immagini sensibili, delicate, reali e allo stesso tempo irreali, quanto basta per diventare suggerimenti di una verità nascosta che si trova in ognuno di noi. L’allusione è anche una rivelazione, l’esibizione è un confronto con l’intimità. La pulizia formale amplifica l’impatto percettivo tenue, il calarsi in uno scarto spaziotemporale nutrito di vissuto, la capacità di saper ascoltare l’immagine, la crescita esperienziale. Tutto ciò anche grazie al tatto, modus operandi dello spettatore invitato a toccare le fotografie, ad assaporarle con le mani. L’artista crea così un nuovo spazio visivo che agisce sui sensi destrutturandoli per una nuova costruzione personale; agisce sul pensiero e sull’emotività; agisce sul confronto con ciò che in parte è palese, mentre in parte ci sfugge. La linea che unisce le varie fasi del progetto si incanala nel desiderio di catturare una sollecitazione che viene restituita dilatata, commisurata all’esperienza intrusiva dell’individualità di chi guarda, della modella, dell’artista che sembrano convogliarsi nell’allusione ad una vitalità multisensoriale. 

Il progetto Touch merichiede una partecipazione attiva delle persone che vi entrano in contatto. Ci puoi parlare di questo aspetto dell’installazione che hai realizzato per Paratissima?
«Il progetto Touch-me è composto da sessanta immagini delle quali dodici sono esposte a Paratissima. Le fotografie sono stampate su una carta speciale, la Arjowiggings Curious touch, proprio per dare loro fisicità. I sensi del visitatore, sollecitati dalla vista, trovano complemento sensoriale nello sfiorare una superficie liscia e vellutata come la pelle. Quindi il visitatore non è solo spettatore, ma anche attore nel confronto con l’opera». 

Tratti la femminilità attraverso uno sguardo che tende all’astrazione. A volte le sue fotografie sono totalmente subliminali, altre volte persistono particolari fisici del corpo della donna. Come concili queste due tendenze?
«Il mio progetto si articola su di uno storytelling con una sua struttura fotografica ben precisa: la parte centrale è composta da quattro immagini quadrate che rappresentano gli elementi simbolo della sensualità femminile; l’inizio e la fine di questa parte sono composti da due immagini panoramiche che mostrano quasi tutto il corpo e servono a introdurre lo spettatore dandogli allo stesso tempo una conclusione; le due parti più esterne si espletano in sei immagini: una doppia trilogia che suggerisce un astrattismo. Ogni sezione del progetto per intero è dedicata ad una donna, ed è un po’ come una sinfonia dove si manifestano un preludio ed una conclusione con un corpo centrale e due ali laterali per far volare la fantasia». 

Cosa vuol dire sensualità femminile per te? E come la trasporti nel tuo lavoro?
«La sensualità femminile per me è un caleidoscopio di elementi che interagiscono per colpire chi si incontra. Non esisterebbe se non fosse in rapporto con gli altri. Pertanto nel mio progetto sono protagonisti anche particolari fisici: sguardi, sorrisi, gesti che emanano sensualità e che affascinano chi guarda».

Ti relazioni con il corpo della donna, nelle sue parti, in maniera delicata, lasciando integra l’intimità del soggetto: come arrivi alla sintesi tra rapporto con la modella e risultato finale dell’opera?
«Le modelle che hanno posato per me sono prevalentemente donne normali e non modelle professioniste. La relazione con loro si è basata su di un rapporto di confidenza e di libertà reciproca. Prima di fare gli scatti in studio abbiamo fatto conoscenza anche davanti ad un caffè o un aperitivo, stabilendo rapporti amichevoli. Poi davanti all’obbiettivo spesso sono state libere di esprimersi con atteggiamenti spontanei stimolando una intesa emotiva e la mia creatività». 

Quanta rilevanza ha nelle tue fotografie così rarefatte il gioco che si crea nel rapporto fra luce e ombra?
«Non ho calibrato le mie immagini con un uso descrittivo delle ombre, volutamente, perché la mia intenzione era di lasciare solamente al corpo ed al soggetto la capacità di esprimere emozioni. Inoltre ho utilizzato una luce molto morbida per esaltare il senso di intimità e delicatezza delle immagini».

Quale rilevanza ha il tempo?
«Il tempo in questo caso ha assunto un ruolo fondamentale: le donne sono state messe in una situazione di completo confort e relax, ho cercato di dare loro la sensazione del “non scorrere” del tempo, in modo che si potessero immergere in loro stesse e mostrare il loro aspetto più personale». 

Quanto è importante per lei l’emotività femminile nelle sue opere?
«L’emotività ha un ruolo fondamentale nel mio lavoro: questo è anche il motivo per cui ho scelto una tecnica di ripresa e di illuminazione essenzialmente minimalista. Oltre a ciò, ho cercato di instaurare un rapporto con il soggetto in modo che potesse esprimersi a suo piacimento, attraverso le pose e gli sguardi, nel suo aspetto più intimo. Ho cercato di fare in modo che il mio intervento fosse molto discreto e quasi invisibile, volevo solo raccontare visivamente il pensiero e la fisicità di ogni donna». 

Trasmetti energia ed emozione nelle sue fotografie. Quanto conta il tuo coinvolgimento personale nell’alchimia che si crea? E su quali basi concettuali si fonda questa alchimia?
«Il mio coinvolgimento personale è stato fondamentale in questo progetto: io sono una donna e come tale posso comprendere gli aspetti più profondi dell’animo femminile. Touch Me è prima di tutto un progetto di ricerca e di indagine sulla sensualità femminile, uno sguardo profondo all’interno dell’anima delle donne mostrato al mondo esterno, da una donna».

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