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Contro le mostre, il libro di denuncia di Tomaso Montanari e Vincenzo Trione

Con toni duri, che ricordano certi saggi di Jean Clair, Tomaso Montanari e Vincenzo Trione nel pamphlet edito Einaudi (€12,00) dal titolo Contro le mostre, denunciano il proliferare odierno di mostre di bassa qualità. Di fronte all’immensa vastità di patrimonio culturale e artistico in nostro possesso, troppo spesso si decide in Italia di realizzare mostre che puntano più ad accalappiare visitatori che ad accrescere il loro livello culturale. ”Brutte, mal fatte, furbe, sciatte, approssimative, raccogliticce», le esposizioni si stanno trasformando in veri e propri show ambulanti che hanno come scopo unico il denaro e l’entertainment. Come i due studiosi specificano nella premessa, il libro nasce “da un’urgenza quasi politica”, una necessità di responsabilizzare e far aprire gli occhi su una situazione che sta diventando inarrestabile e un bisogno di “riaffermare con forza e passione le ragioni di una disciplina come la storia dell’arte che non può rinchiudersi dentro rigidi specialismi filologici”. 

Vizi italiani. Con il suo inconfondibile understatement, Andy Warhol scriveva: «La Business Art è il gradino subito dopo l’arte». Si tratta di un giudizio di straordinaria (e drammatica) attualità. Che ci consente di riflettere sul pervasivo fenomeno del “mostrismo” di cui l’Italia è diventata la patria. Sin dall’inizio degli anni Novanta, il nostro paese è un unicum a livello internazionale: un primato di cui non c’è da vantarsi. In nessuna nazione occidentale sarebbe tollerabile il nostro degrado. Istutizioni museali prestigiose come il Centre Pompidou di Parigi, la Tate di Londra, il Reina Sofia di Madrid e il MoMA di New York, libere delle pressioni delle società private, tendono ad affidarsi a programmazioni di lunga durata gestite da autorevoli comitati scientifici e prevedono anche partnership e itineranze.
In Italia, no. Questo circolo virtuoso non viene quasi mai replicato. Prevalgono leggerezza, approssimazione. Ignoranza. Populismo. Una deregulation pericolosa. Tra i “promotori” di questa situazione, Marco Goldin. Un misto tra uno storico dell’arte, un impresario, un produttore, un manager. Sin dagli anni Novanta, Goldin ha inventato un format fortunato, che ha esportato in diverse città del Nord Italia (da Treviso a Brescia, da Rimini a Bologna, a Torino). La ricetta: organizzare non elitarie, rivolte a un pubblico di famiglie, dedicate ad alcune tra le star dell’arte moderna e a movimenti iperpop (gli impressionisti, in primo luogo); concentrarsi su tematiche facili (l’acqua, l’oro, l’azzurro, la neve); presentare opere opere di non eccelso livello prelevate da importanti musei internazionali, in cambio di fees elevati.
Nella medesima linea nazionalpopolare si iscrivono tante altre esperienze italiane. Si rifletta sul caso Milano. Città che, dagli inizi del 2000, è stata contagiata da una specie di ”effetto Goldin”, ospitando, con rare eccezioni (le esposizioni su Leonardo e Giotto), mostre preparate in fretta, spesso per celebrare anniversari, con quadri di non elevata qualità, radunati senza nessuna attenzione critico-filologica. Con un’unica ossessione: superare le 200mila, le 300mila, le 400mila presenze. Un’aberrazione. Che ha portato Giovanni Agosti a rilevare come da anni la capitale lombarda non sia in grado di “mettere a punto manifestazioni [...] condivise con altre istituzioni europee o americane; piuttosto vigono [...] produzioni [...] pensate in fretta e realizzate ancor più in fretta, sui tempi spiccioli della politica, o prodotti importanti a pacchetto dalle società di servizio in combutta con gli editori”.
Dal 2000, a Palazzo Reale si sono tenute decine di mostre dedicate ai giganti dell’arte dell’Occidente. Quali se ne ricorderanno? Quali hanno lasciato qualche traccia? Quali sono state davvero necessarie? Sono lontani – troppo lontani – gli anni di Caravaggio e i caravaggeschi (curata da Roberto Longhi nel 1951) e de L’altra metà dell’avanguardia (curata da Lea Vergine nel 1982). 

Una nefasta epidemia. In un testo del 1877, Henry James scriveva: «Il grande moltiplicarsi delle mostre ritengo sia un frutto del nostro tempo, il risultato di quella democratizzazione dei gusti e delle mode che caratterizza il nostro glorioso periodo».
Circa un secolo e mezzo dopo. Potremmo servirsi delle parole dello scrittore statunitense per descrivere alcuni scenari contemporanei.
Chiamatele come preferite: mostre di cassetta, mostre blockbuster, mostre all inclusive. Imperversano un po’ ovunque: dal Vittoriano di Roma al Palazzo Reale di Milano, appunto. Gli ingredienti sono sempre gli stessi. Si propongono soprattutto i maestri universalmente più noti e mediaticamente più efficaci. Da Caravaggio a Van Gogh, da Picasso a Dalì, passando per gli impressionisti, fino all’ “abusato” Warhol. Senza dimenticare le tante mostre “da…a…” (da Raffaello a Schiele, da Kandinskij a Pollock, da Giotto a Morandi, da Duchamp a Cattelan, per citare solo alcuni casi, ma la lista potrebbe continuare a lungo). È come se tutte le televisioni trasmettessero i medesimi programmi, senza mai variare il palinsesto.
Per soddisfare i bisogni di “masse acculturate” in Italia, non senza cinismo – lo sottolineava già Federico Zeri in un articolo del 1996 – si promuovono «pleiadi di mostre e mostriciattole, spesso insignificanti, inutili, a base commerciale e promozionale, sempre costose».
Nella maggior parte dei casi, generiche, pretestuose, superficiali. In serie, urlate, prive di contenuti. Mediocri, raccogliticce, addirittura inutili, dannose e diseducative, fondare sull’esibizione di qualche, dannose e diseducative, fondate sull’esibizione di qualche “trofeo” conosciuto da tutti, che viene trasformato in vuoto idolo: in icona-simbolo. Opere “mitiche”, “da manuale”, ma non sempre di sicura qualità e di accertata autografia. Quadri che un tempo avevano avuto la capacità di esprimere un preciso significato perdono il loro spessore semantico e simbolico: vengono ridotti a oggetti che possono procurare (al massimo) una vaga soddisfazione visiva. «Una nefasta epidemia», potremmo dire riprendendo un appassionato j’accuse di Cesare Brandi, Siamo assediati da [un'] infestante proliferazione di mostre-evento di scarso o nullo valore culturale, votate a un’effimera spettacolarizzazione fine a se stessa, “vuoti a rendere”, che inducono artificialmente un consumo feticistico, bolle di sapone multicolori che lasciano dietro di sé praticamente in nulla”. [...]

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