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Quel che resta di Hermann Nitsch

Macellazione clandestina, istigazione a delinquere, uccisione senza necessità e lesione della sensibilità del pubblico, solo due anni fa queste erano le accuse dirette a Hermann Nitsch a pochi giorni dalla grande mostra a lui dedicata nello spazio Zac di Palermo. Il 3 ottobre l’artista sarà a Capena, ospite all’Art Forum Würth e una domanda ronza in testa: com’è possibile che le sue azioni vengano ancora oggi osteggiate in modo così duro?
Rispetto agli anni Sessanta le sue performance non sono diventate più estreme, le sue tele non sono più violente, eppure, oggi come ieri, Nitsch è considerato l’anticristo.
Una vita passata a fare a pezzi il perbenismo e proprio nella società dove impera la violenza delle immagini Nitsch è costretto a scontrarsi con un pubblico ancora più suscettibile e propenso a gridare allo scandalo. Tanto che in occasione della mostra palermitana del 2015 si era ritrovato a scrivere una lettera di spiegazioni, pubblicata su Repubblica, dal titolo “Cari animalisti, vi spiego perché sono uno di voi”. Un gesto che negli anni ’60 sarebbe sembrato tutt’altro che rivoluzionario.

Va detto che l’azionismo viennese, di cui Nitsch è stato il capofila, è un movimento artistico che storicamente non è mai stato simpatico a molti. Nato in Austria negli anni Sessanta, nello stesso periodo in cui performance e happening conquistavano la scena artistica internazionale, l’azionismo viennese si è sempre contraddistinto come un movimento cruento, caratterizzato da azioni dissacranti, spesso autolesionistiche, violente, di tipo erotico e sado-masochista che portavano al limite le logiche della body art. Un’arte di difficile comprensione, che forse, anche per questo, non è mai riuscita a ottenere il pieno consenso del pubblico che, dopo aver assistito alle performance, tornava a casa con una sensazione di ribrezzo e profondo disgusto. In realtà la corrente viennese poggia le sue basi su solidi contenuti, rifermenti colti che spaziano dal teatro alla letteratura per poi concretizzarsi in azioni artistiche. Günter Brus, Abino Byrolle, Otto Mühl, Rudolf Schwarzkogler, i maggiori esponenti del movimento, hanno combattuto la chiusura mentale della cultura austriaca del dopoguerra ispirandosi alla tradizione pittorica e teatrale dell’espressionismo austriaco, della psicoanalisi di Freud e Jung, del simbolismo e del decadentismo.

Nitsch, dal canto suo, ha rincorso tutta la vita quel sogno wagneriano di Opera totale, già portato avanti da Fluxus, un sogno concretizzatosi nel Teatro delle orge e dei misteri alla fine degli anni Cinquanta. Un’utopia che riconosceva nell’arte il momento totalizzante dell’esperienza umana, da celebrare come un rito che riuniva in sé i miti, i modelli rituali, i simboli archetipici. In quegli anni Nitsch crea delle messe in scena di rituali parareligiosi dove i protagonisti erano proprio animali squartati di fronte al pubblico. Una violenza che per l’artista ci riporta ai tempi delle tragedie greche di Eschilo, Sofocle, Euripide, dove i sacrifici, i riti orgiastici, facevano parte della cultura e venivano narrati senza nessun tabù. Ma che celano anche una concezione cristiana del sacrificio, nella quale il corpo è veicolo di espiazione dei peccati dell’anima.

La ricerca di Nitsch forse oggi non sembra più essere attuale. Parlare di corpo, di fisicità, nella nostra era, quella del virtuale, di internet, appare quasi anacronistico. Dell’azionismo viennese ora probabilmente rimangono solo i documenti, teli e camici insanguinati, attrezzi chirurgici, liquidi organici, barelle documentano l’autenticità di un atto efferato consumato sotto agli occhi di testimoni sbigottiti. Il messaggio rivoluzionario dei gesti di Nitsch si è spento, come Dioniso è a tutti gli effetti entrato a far parte dell’Olimpo dell’arte, storicizzato da due musei monografici, uno a Vienna, il Nitsch Museum di Mistelbach, l’altro proprio in Italia, a Napoli, Il Museo Archivio Laboratorio per le Arti Contemporanee Hermann Nitsch. Ma il fatto che al sentire il suo nome così tanti siano ancora pronti a imbracciare il fucile dimostrano che le radici di quel perbenismo combattuto da lui per anni forse non sono state del tutto estirpate.

Appuntamento con Herman Nitsch il 3 ottobre, Art Forum Würth, Capena, martedì critici, Info: fs.wuerth.it

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