Due punti e a capo - Interventi

La morte di Chiara Fumai, il suo valore e le inutili polemiche

Su Wikipedia esiste una categoria dedicata esclusivamente agli artisti suicidi. Penso basti questo a dimostrare la vastità del problema. Depressione e psicofarmaci, sono spesso inizio e fine del medesimo percorso. Nelle ultime ore in molti, turbati e sollecitati dalla morte di Chiara Fumai, si sono espressi su questo tema, provocando polemiche e alcune sortite decisamente fuori luogo. A mio avviso occorre innanzitutto distinguere il singolo dal fenomeno generale. Il singolo in questo caso è appunto Chiara Fumai, un’artista la cui sensibilità interiore era evidente sin dai suoi primi lavori, confermata poi dalla scelta e dalla trattazione dei temi che hanno caratterizzato la sua produzione. Il suo argomento più forte è la lotta all’antifemminismo. Un tema vecchio ma purtroppo irrisolto anche nel piccolo mondo dell’arte. E Chiara ha cominciato proprio da qui, sottolineando come negli ultimi decenni nella parità dei generi in alcuni settori si siano fatti significativi progressi mentre nel mondo dell’arte la penalizzazione della donna permane. Personalmente apprezzo i lavori di Fumai, perché mi piace il coraggio di quegli artisti che scelgono il pericolo che si annida dietro temi già largamente affrontati e perché credo che un artista non possa non affrontare i problemi del suo tempo e del suo mondo. Fumai ha preso questa strada scivolosa e lo ha fatto con carattere, ricercando chiavi nuove per focalizzare attenzione su un tema antico ed irrisolto. Certo il suo percorso si è spezzato troppo presto, avrebbe avuto bisogno di tempo ed occasioni per andare fino in fondo, per dare forma alla sua passione, alla profondità dei suoi pensieri, alla durezza delle sue accuse. Avrebbe avuto bisogno di altre opportunità per dimostrare il suo vero valore di artista. Per questo penso che occorra rendere omaggio al lavoro di Chiara Fumai e un pensiero rispettoso al suo drammatico travaglio interiore. Il tema generale però va posto in termini diversi.

Rifuggo la tesi accusatoria nei confronti del sistema dell’arte nel suo complesso che più di uno, ogni volta che capitano episodi così drammatici, tira fuori. Essere artista è un mestiere difficile, lo è sempre stato e sempre lo sarà. Perché i criteri di giudizio non sono oggettivabili, perché la catena del merito e del valore segue percorsi non sempre identificabili, perché le opportunità sono per definizione insufficienti, perché la sorte gioca un ruolo più importante che in altri mestieri. Ma questo ogni artista lo sa dal primo giorno e deve imparare a conviverci, anzi deve sapere che queste difficoltà sono un elemento caratterizzante del proprio lavoro. E’ pieno di artisti bravissimi che non hanno avuto il successo che avrebbero meritato. Ma di questo non si può incolpare “il sistema”, il gallerista, il museo o il collezionista. Ognuno deve fare il proprio senza cercare alibi. Con questo non voglio dare assoluzioni generalizzate. Certo, tutti possono fare meglio e di più. E con ancora più convinzione dico che in Italia lavorare nel mondo dell’arte per una serie di ragioni è più difficile che in altre parti del mondo. Ma queste argomentazioni in fondo valgono per tutti: artisti, imprenditori, scrittori o professionisti che siano. Rendiamo dunque il giusto omaggio a Chiara Fumai. Onoriamo la sua memoria prendendo spunto dalle sue suggestioni e cerchiamo di valorizzare il suo lascito creativo. Ma allo stesso tempo diciamo chiaro e tondo, anche a beneficio di chi oggi comincia un nuovo lavoro, poco importa che sia artistico o meno, che gli arbitri del nostro destino siamo noi stessi, che le contrarietà sono proporzionali alla nostra ambizione, che ad avversità e ingiustizie si deve soltanto opporre maggiore impegno.

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