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Fabio Dartizio

Non avete mai sfogliato il nostro cartaceo? Per farvi recuperare, vi proponiamo un pezzo dal numero 110 

Era Eracle Fabio Dartizio. Diverse identità per uno stesso artista che dallo scolpire le pozzanghere ha compiuto un passaggio terrestre-siderale spinto dalla fascinazione moderna per l’assoluto mantenendo in parallelo l’amore per i fraseggi arditi e le parole. Estetica e poetica sono due elementi che Fabio ama pasticciare per scovare le relazioni che intercorrono tra gli estremi.

Il tuo nome d’arte è Eracle, come mai hai deciso di riferirti a un personaggio mitologico e cosa ti ha spinto, invece, a riappropriarti della tua vera identità in tempi recenti?
«Ho scelto Eracle credo perché mi servisse forza. Oggi non ho più la necessità di fingermi eroe. Sono una persona risolta meglio o forse più risoluta nelle intenzioni. All’inizio era solo Era, mi piaceva scrivere la e, la erre e la a. Sono delle belle lettere. Ho aggiunto “cle” quando da credermi writer sono passato a credermi artista. Ho studiato Epica al liceo, di nascosto, mi piaceva. Ero indeciso tra Eracle e Orazio, ma Orazio faceva rima con strazio e l’idea di auto associarmi a un potenza identitaria con pelliccia di leone in capo e dodici fatiche alle spalle era molto più sexy. Sono ancora molto legato al nome Eracle, sto realizzando una scultura su questa mia morte e resurrezione, si intitola Se con l’arte riuscissi a privare la morte di ogni sua dimensione drammatica che rivoluzione della coscienza riuscirei a far correre in questi secoli occidentali?. Troppo lungo come titolo?»

Niente affatto, ricorda i titoli dei film di Lina Wertmüller, hai presente? Ironico ma impegnato.
«Film d’amore e d’anarchia ovvero: “Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza…”, con tanto di puntini di sospensione, che meraviglia. Purtroppo la mia coscienza politica è molto più amara e ironica. Crescendo in provincia bisogna stare attenti, perché se si scopre che ti piace studiare fai un’adolescenza d’inferno. Ma ho sempre abbracciato questa dicotomia tra lo scapestrato e lo studioso, con una grande curiosità per entrambe. Mi troverai sempre tra alto e basso profilo, prima di dormire guardo Terminator, poi leggo Baudrillard. Non serve dare toni d’importanza differenti. Ogni presunta distinzione tra cultura superiore e inferiore è controproducente alla cultura stessa. Ma sono troppo giovane per usare la parola cultura, diciamo che a volte la serietà è un’armatura per proteggere contenuti troppo fragili».

Il tuo lavoro, dopo varie sperimentazioni, segue ora due direzioni: una che riguarda lo studio dell’astronomia, l’altra che esplora il linguaggio e l’idea di traduzione.
«Sì, seguo due indici: uno estetico-formale, l’altro poetico-linguistico, ma spesso pasticcio con entrambi e non mi contengo. La radiazione di fondo che accomuna ogni mio lavoro è la relazione di due estremi, la loro distanza e la conseguente assenza generata. La linea scultorea è legata alla traduzione visiva dei fenomeni astrologici. Prima scolpivo pozzanghere, poi ne ho salvato il riflesso e sono rimbalzato per l’appunto in cielo. Sono stato spinto a compiere questo passaggio terrestre-siderale dalla fascinazione moderna per l’assoluto e dalla scomparsa di mia madre. Le pozzanghere invece erano nate come paesaggio, metafora di un nucleo urbano nell’hinterland milanese. Di parallelo a questo, l’amore per le parole. Leggere una frase audace mi fa stare bene, tanto quanto fare andare le mani scolpendo».

Come sei arrivato a definire queste due linee?
«Ho fatto pittura astratta in passato, di questa ho salvato delle linee di segni, a queste linee di segni ho associato delle frasi. Il risultato l’ho chiamato Aforismi, a riguardarli oggi sembra abbia preso per mano Agnetti e Scanavino, come a passeggio con due padri e maestri. Da qui è iniziato l’interesse per la traduzione e ho preso coscienza che il mutare ibrido tra un linguaggio e un’altro, cercando una coerenza che sia di contenuto e non di contenitore, era la strada che più m’interessava percorrere. Soffro negli stilemi esecutivi, fossilizzati nella ripetizione cadenzata di un esercizio».

Hai affermato di aver riconcettualizzato il tuo approccio artistico nella nozione di originalità, dall’aspirazione moderna fino alla condizione postmoderna.
«Di recente ho digerito il crollo delle grandi narrazioni e accettato l’oblio metafisico avvenuto tra gli anni ‘60 e gli ‘80. Mi sono rimodellato con aderenza alla realtà, piuttosto che inseguire una possibile evasione. Quindi, smetterla con l’infinito-gaudente e non usare la parola originalità, che un è po’ come dire borghese o intellettuale, ti fa solo apparire ridicolo. È quasi un anno ormai che cerco di realizzare la virtualità di un fulmine, cristallizzata e infinitamente ripetuta sulla sua verticale. Si intitola Siamo il rombo dell’universo ed è la mia visione più grande. Se mi chiedi un progetto: il fulmine e l’idea che noi non si è altro che un istante-cristallo virtualmente ripetuto è quello a cui tengo di più. La vita è un punto che continua e, fra noi e questa verità, è frapposta l’altezza del cielo. Il fulmine è un’unità di misura poetica. Non lo chiamerei punto zero, piuttosto un pre-universo dove i nostri antichi orientamenti non hanno senso. Il tempo è denso e, con lui, anche lo spazio. Per ora siamo di fronte a una C-Curve di Kapoor. Ma dai, non parliamo di curvature dimensionali, fuori c’è il sole».


BIO

1989

Nasce l’8 luglio a Milano
2008
Frequenta la Naba, New Academy of Fine Arts of Milan, e ottiene la borsa di studio Internal Scholarship
2014
Vince l’Arte Mondadori Prize nella sezione Graphic art
2016

Partecipa alla collettiva Il paradiso inclinato presentata da Achille Bonito Oliva e curata da Luca Tomìo all’ Ex Dogana di Roma
2017
È nella mostra Somehow you and I collide, curata da Marc Hulson e Suky Best a The Laundry a Londra

Info: www.fabiodartizio.com

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