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Antoine Renard

Non avete mai sfogliato il nostro cartaceo? Per farvi recuperare, vi proponiamo un pezzo dal numero 110 

Il mondo della natura e le sue evoluzioni, la materia fluida in continua trasformazione, paesaggi stranianti e desolati nei quali l’uomo diventa un fossile e si deteriora fino a scomparire. Dall’attenzione meticolosa alle piante velenose alla ricerca sul cibo spazzatura, Antoine Renard racconta la sua arte fatta della curiosità e della paura che costituiscono il genere umano con uno sguardo affascinato e psichedelico. 

Guardando i tuoi lavori si può pensare: perché artista e non un fisico o un biologo?
«Lavorare come artista mi permette di attraversare e collegare varie discipline in maniera intuitiva, di creare un metodo tutto mio senza influenze provenienti da industrie o corporazioni. Per esempio uno dei miei primi progetti è nato dopo l’incontro con un esemplare di Datura Stramoine, una pianta cresciuta spontaneamente nel giardino vicino al mio studio a Berlino in Neukolln. E mi ha ricordato di quando l’avevo già vista mentre giravo per l’Europa passando da un rave a un altro. Nella cultura tecno infatti la Datura ha uno stato di culto, è stata descritta come la definitiva esperienza pscichedelica capace di portarti ”dall’altra parte”, in un posto di reale allucinazione dove vita, morte, realtà e finzione si fondono insieme in un’esperienza da incubo totalizzante. Ho collezionato i semi per poi cominciare a coltivarla nel mio studio usando tecniche idroponiche e ogni sorta di fertilizzante per marijuana. Collezionavo anche scritti e storie sugli effetti attuali della pianta, dai documenti scientifici fino a quelli autobiografici dei teenager. I trip reports erano quelli che più mi attiravano, molti di questi iniziavano razionalmente partendo dalla descrizione della pianta e di come ci si sono imbattuti, come localizzarla, le dosi, le stanze degli adolescenti e quelle dei party. Lentamente la storia prendeva una drammatica svolta, diventava impossibile all’autore distinguere i fatti dalla finzione. Mi sembrava la stessa tensione di quella descritta dal poeta Allen Ginsberg così ho deciso di pubblicare tutto il materiale che avevo raccolto. Oh Rat’s! It’s Deceiving è il titolo del libro edito da Broken Dimanche Press nel 2012. Il mio studio nel mentre era diventato una serra, il lavoro era sul potenziale della pianta e quello che stavo facendo era coltivare sculture d’incubo».

Lavori utilizzando media differenti. Quale ti rappresenta meglio?
«Scultura e installazione sono quelle con le quali comincio. Unire materiali stabili e instabili come alluminio, cera, grasso, fuoco, piante e insetti. Mi interessano cose che hanno la capacità di evolversi, di passare dallo stato solido a quello gassoso, dal gas al fumo per poi essere fuse, versate, vaporizzate, iniettate e cristallizzate. È così che realizzo oggetti modificati e costruisco strutture. Cerco di non essere rappresentato da un solo media, voglio tenermi la libertà del movimento quanto più posso».

Dimmi qualcosa del tuo spazio berlinese Center.
«È un ambiente aperto su strada a Schoeneberg che co-dirigo dal 2016 con Clemence de La Tour du Pin. L’abbiamo usato come spazio di sperimentazione con progetti, mostre ed eventi ibridi. Mi incuriosiva la possibilità di lavorare con una comunità, di supportare e promuovere i miei amici e artisti, dividere le mie idee in una specifico contesto come per costruire una scultura sociale».

Dagli objets trouvés alle location che sembrano rubate da scene del crimine, i tuoi lavori si collegano sempre a qualcosa di assurdo, alienante o in ogni caso dove non c’è essere umano. Credi che l’accesso alle nuove tecnologie sia un guadagno o alimenti solo la solitudine moderna?
«Quello che veramente mi affascina è come questo specifico tempo porti un ritorno della finzione nelle nostre vite. Il presente si è unito al futuro, tutto è di nuovo da inventare, staccato dall’idea modernista del progresso, le persone provano a reclamare le loro vite, ci provano su Instagram anche se è solo un’illusione. L’umanità potrebbe essere vista come un cadavere, un fossile, un fantasma o uno spirito, potrebbe essere qualcosa che appartiene al passato che è stata superata da tecnologie più avanzante, organiche o artificiali che siano. Viviamo in un’era neoromantica, abbiamo smesso di contemplare la natura nella misura in cui ci fermiamo a osservare la nostra stessa estinzione, il nostro modo di scomparire nel paesaggio».

La tua ricerca è basata sulla relazione fra spazio, corpo e immagini. Quanto conta allora la relazione fra arte e vita?
«Ho sempre visto l’arte come un medium sociale, tipo un incubatore di umanità».

Nei tuoi ultimi progetti quest’atmosfera assurda collegata alla degenerazione del corpo, alla morte è diventata sempre più presente. Come mai?
«Dopo il mio progetto dedicato alla coltivazione di incubi prodotti dalla Datura Stramoine ho realizzato che il mio rapporto con l’ecologia non corrispondeva a quello degli altri. Non credo che la natura sia necessariamente un paradiso pieno di energia positiva, piuttosto una filosofia geologica e oscura con un potere letale. Ho appena letto il libro Biologia della paura scritto da Gerald Hüther che esplora il meccanismo della paura e dello stress e la sua relazione con la creazione. Hüther crede che la paura sia uno strumento neurologico che porta gli umani al cambiamento, ma la stessa paura può anche essere strumentalizzata. Molti cambiamenti politici degli ultimi anni sembrano confermare l’incapacità di utilizzare e capire la paura in maniera positiva, in altre parole di goderla. Ma come si può materializzare la paura? Credo che tutto possa essere ricondotto alla paura della morte e al decadimento così ho iniziato a esplorare questa strada con un’analogia: ho paura quindi sono». 

BIO
1984
Nasce il 17 maggio a Parigi
2008
Consegue il diploma in Visual art con il professore Marc Camille Chaimowicz
2012
Pubblica il libro Oh Rat’s! It’s Deceiving con la Broken Dimanche Press
2015
Espone alla Kunstalle Wien il lavoro The Future of Memory
2016
È nella galleria parigina Chez Valentin con la mostra Black dance

Info: antoinerenard.net 

photo credits Sylvie Chan-Liat / Courtesy of the artist and Valentin, Paris

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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