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Generazione critica/ 4

Si è svolta a ottobre a Palazzo dei Musei di Modena la quarta edizione di Generazione Critica, il convegno annuale dedicato alla pratica della critica d’arte, promosso da Metronom, con il patrocinio del Comune di Modena. Nei mesi successivi all’incontro, i relatori hanno messo per iscritto le tesi elaborate dopo il confronto con gli altri relatori, sviluppando il tema al centro dell’edizione di quest’anno, sintetizzabile nel binomio deleuziano di differenza e ripetizione. Il risultato è un libro edito da Danilo Montanari editore che raccoglie gli interventi di Andrea Botto, artista; Fabrizia Carabelli, redattrice di Inside Art; Alessandro Carrer, critico d’arte, docente ISIA, Urbino; Francesca Guerisoli, critica d’arte, docente Università Milano Bicocca; Vittorio Iervese, ricercatore Università di Modena e Reggio Emilia; Karen McQuaid, curatrice, Photographers’ Gallery, Londra; NASTYNASTY©, collettivo di artisti; Luca Panaro, critico d’arte, docente Accademia Belle Arti di Brera, Milano; Alberto Sinigaglia, artista; Elvira Vannini, critica d’arte, docente NABA – Nuova Accademia di Belle Arti di Milano. Ce ne parla Marcella Manni, fondatrice e direttrice di Metronom, che ha curato insieme a Luca Panaro il testGenerazione critica/ 4. La fotografia tra ripetizione e differenza.

”L’arte può cambiare il mondo? No, nel senso che non risolve i problemi del mondo, ma in ogni caso agisce nel mondo, lo cambia nel senso che lo incrementa in un certo senso per osmosi. Questo perché è in grado di cambiare il nostro modo di vedere le cose”, parafrasando Jerry Saltz in un recente articolo. Questo sembra essere un riferimento appropriato al progetto di Generazione critica che, al di là di un riferimento generazionale, ha una specificità ancora più dichiarata rispetto allo stimolare e generare una riflessione teorico critica sull’arte contemporanea. I saggi che compongono il volume sono raccolti rispettando la singolarità delle voci degli autori/relatori e l’unicità dei punti di vista, che possono, a volte, anche risultare in contrasto o distanti nei presupposti, ma lo sforzo è proprio quello di suggerire delle strade non esplorate, non quello di eseguire un lavoro di registrazione e ricognizione.
Da queste premesse, il tema di quest’anno, Differenza e ripetizione, suona come una provocazione, nel senso positivo del termine ed è a partire da questa suggestione che prendono l’avvio gli interventi e di conseguenza i saggi raccolti.

La riflessione sul digitale e sugli sviluppi tecnologici che hanno esteso lo status di “apparecchio fotografico” risulta uno dei nodi per approcciare la relazione tra un passato (nemmeno troppo remoto) e un presente dai contorni in rapida evoluzione. Un’arte precaria, la definisce Andrea Botto, facendo riferimento alla fotografia e a una situazione di ‘neoreality’ in cui l’immagine ‘mentale’ arriva a coincidere con l’immagine ‘reale’, mettendo in crisi la figura dell’autore, che si trova ad occupare un ruolo sociale sempre più ambiguo. Una ambiguità che cavalcano Emiliano Biondelli e Valentina Venturi che come NASTYNASTY© firmano la fanzine Blisterzine: il ricorso all’archivio – alla codificata Archive Fever di Okwui Enwezor – non è messo in discussione nel suo aspetto di genere contemporaneo, con doverosa e richiesta presentazione di modalità e approcci diversi, dal remix all’editor passando per l’archivio come medium. Biondelli e Venturi ritrovano uno spazio di libertà rispetto fisicità e materialità del passato, nonostante l’insidia della rete che sorveglia e controlla.
Un richiamo alla transitorietà e al tralasciare spazi tradizionalmente deputati è lo scarto che individua Luca Panaro, lo spazio urbano diventa un luogo dove esercitare (e osservare) un gesto di libertà artistica, prendendo a prestito, per così dire, il ‘mestiere’ dell’architetto utilizzando quindi spazi ampi della città, del quartiere, sfuggendo alla rigidità strutturale e ideologica dei luoghi tradizionalmente deputati a contenere e fruire l’arte. 

Karen McQuaid, forte della provenienza anglosassone, dichiara il punto di vista del curatore rispetto al tema che, per la stessa natura temporanea e transitoria del lavoro, è intrinsecamente in relazione con differenze e ripetizioni. Il tema quindi dell’identità, del tentativo di definirne una della fotografia, è un requisito fondamentale: sempre più sfuggente sia a una definizione che a un uso codificato, recupera proprio nel rapporto con la storia, con il passato un elemento di novità, quantomeno dal punto di vista dell’autore. E la storia ritorna anche nelle premesse di Fabrizia Carabelli, una storia che non è documento che non è archivio che non è, nemmeno, presente: l’estrema connessione e interdipendenza crea uno spazio di simultaneità e istantaneità impossibile da registrare quando non anche da vivere. La critica di posizioni passatiste e nostalgiche fa da contraltare a chi il passato lo tiene come punto di partenza per un lavoro di appropriazione e di rilettura, operazioni che potrebbero portare al paradosso di ‘esaurire il passato’, per usare un estremismo critico.

E forse allora non resta che lasciarsi trasportare dal vortice che richiama Alessandro Carrer, che trova in questo concetto, argomentato nel testo, una possibilità di tematizzare il rapporto tra storia e arte contemporanea. Per poter sopravvivere però all’interno di questo movimento non controllabile di fatti, immagini, fenomeni… è necessaria una consapevolezza critica, che non è un manuale d’uso, piuttosto la capacità di superare le categorie consolidate per lasciare emergere una potenzialità di nessi quanto quindi di produzioni, atlante vs archivio.
Alberto Sinigaglia porta alle funzioni – ancora poco esplorate – del cervello umano la differenza di stato, uno stato di operatività e uno stato di stand-by: la modalità stand-by è, al contrario delle apparenze linguistiche, la modalità creativa secondo studi di neuroscienze che hanno codificato la Default Mode Network. Come l’artista possa evitare di cadere in una sindrome del ‘non riuscire a fare’ è forse la sfida tecnologica e forse ancora di più umana del futuro.

La musa invocata da Vittorio Iervese è la memoria, poetessa-artista che si palesa nella connessione tra tracce di memoria interna (engrammi), tracce esterne (exogrammi) e ricordi; la rappresentazione della realtà si attua con una sorta di continua riscrittura di questi ricordi. Per circoscrivere al tema, la fotografia d’archivio per Iervese sfrutta l’ambiguità tra il ricordo del singolo e il ricordo collettivo in modi come la dispersione, la falsa ricognizione o ri-semantizzazione tre esempi di percorsi creativi o tre esempi di relazioni identitarie.
L’egemonia del presente, un dato che può essere considerato come acquisito, si impone oscurando il passato e appiattendo il futuro: la cosmotecnologia è fine a se stessa e definisce natura e modalità delle relazioni tra gli esseri umani, in una catena immagine-immagine /messaggio-messaggio, dove le attività di assistenza sono concepite ma il cambiamento è escluso. Lo spazio della ‘scoperta’ afferisce al metodo evolutivo delle scienze, meno appropriato per il caso delle arti che può al massimo farne una questione di gusto.
Dove può allora situarsi lo spazio dell’arte e, di rimando, dell’artista? Forse in quello dell’esercizio, conoscenza e inconsapevolezza allo stesso tempo, citando Isadora Duncan ‘se potessi dire che cosa significa non avrei bisogno di danzarlo’.

 Info: www.danilomontanari.com; www.generazionecritica.it 

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