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La luce filante

Mark Tobey nasce nel 1890, una generazione anteriore ai rappresentati della celebre scuola di New York, la sua formazione non include l’apprendimento artistico, dal Wisconsin a Chicago il suo metodo d’approccio consiste nell’osservare, ore spese nel raccogliere le copertine del Saturday Evening Post, sognando di diventare un illustratore. La carriera di Tobey è un lungo itinerario in seno alla storia dell’arte, dagli esordi negli anni ’20 fino alla metà degli anni ’70 il pittore originario di Centerville ricopre un fondamentale ruolo nello sviluppo e nell’evoluzione dell’espressionismo astratto statunitense. Fino al 10 settembre la Collezione Peggy Guggenheim dedica a Tobey un’interessante retrospettiva che celebra e riscopre un grande artista del ‘900, un’esposizione importante, un piccolo scrigno nel cuore di Venezia, che concede ai visitatori la sorprendente scoperta di una pittura dedita a ”spezzare e disintegrare le forme”.

Il procedimento denominato white – writing è la caratteristica risonante della produzione di Tobey, una calligrafia bianca, mutevole, un atto gestuale che si inserisce nel mistero dell’astrazione. ”Una pittura che è atto – scrive nel 1952 Rosenberg – risulterà inseparabile dalla biografia dell’artista. La pittura stessa è un momento nel miscuglio composito della sua vita, sebbene il termine momento indichi tanto i pochi minuti effettivamente impiegati attorno alla tela quanto l’intera durata di un lucido dramma espresso nel linguaggio dei segni. La pittura d’azione ha la stessa metafisica sostanza dell’esistenza dell’artista: la nuova pittura insomma ha tolto via ogni separazione fra arte e vita”.

Le parole di Rosenberg tratte dal suo saggio intitolato I pittori d’azione americani, appaiono assai lontane dall’approccio di Tobey, se pensiamo alla figura di Pollock e al suo immaginare la tela come fosse un’arena in cui agire, non vi è nulla di più lontano dalla ricerca di questo pittore raffinato che ha sempre rifiutato l’idea di un movimento artistico comune. Tobey si avvicina ben presto al mondo orientale, approfondendo il suo legame con la filosofia e la religione buddista, l’incontro con il Giappone, nel 1934, è cruciale per la sua poetica e per gli sviluppi della sua scrittura bianca.

La luce filante, attributo che dona il titolo alla mostra, è la rappresentazione di un universo ai confini tra Oriente e Occidente, è l’esemplificazione di molteplici retaggi culturali, nell’ossessiva ricerca del segno, di una gestualità che definisce i contorni di un quadro ma che allo stesso tempo ne descrive il senso d’infinito, laddove lo sguardo dell’osservatore non può fare altro che perdersi nei meandri di una scrittura incomprensibile ma che allo stesso tempo è la lingua delicata e accessibile dell’atto pittorico.

Dopo gli anni trascorsi in Inghilterra e i numerosi viaggi negli Stati Uniti, Tobey, all’inizio degli anni ’60, decide di trasferirsi definitivamente in Svizzera nella città di Basilea, dove continuerà la sua ricerca producendo un consistente numero di tele. Nel 1965 confiderà di sentire la solitudine e la mancanza dei suoi amici statunitensi, ben consapevole del suo ruolo nella scena artistica contemporanea si inserisce nel crescente dibattito nato a New York intorno all’espressionismo astratto, la sua scrittura bianca, però, deve essere compresa, spiegata a fondo per entrare a far parte di quella generazione artistica che si rivela al mondo in tutta la sua forza prorompente.

Il riconoscimento da parte della critica arriverà successivamente la sua morte avvenuta nel 1976, durante la sua carriera Tobey ha espresso i paradigmi estetici e culturali di una rivoluzione che crescerà in seno alla scuola di New York, ma il suo apporto è stato fondamentale, probabilmente i testi di storia dell’arte dovrebbero sottolineare la sua importanza nella crescita di una generazione che vedrà Pollock, Motherwell, Rothko e De Kooning i principali attori di un’epoca che ha connotato l’estetica sperimentale americana. Il progetto espositivo della collezione Peggy Guggenheim rende giustizia a un artista poco conosciuto ma che rivela, nelle opere accuratamente allestite, la forza espressiva del percorso storico e professionale di Tobey. Una mostra da ammirare con cura e con dovizia cercando di non tralasciare i dettagli minuziosi di una calligrafia luminosa che apre le porte all’infinito.

Fino al 10 settembre, Peggy Guggenheim Collection, Palazzo Venier dei Leoni, Venezia; info: www.guggenheim-venice.it

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