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Fabelo e i fagioli magici

È stato inaugurato il terzo appuntamento con gli artisti cubani ospitati nelle meravigliose sale del Palazzo della Cancelleria, a un passo da Campo dei Fiori. Dopo Kcho e Sosabravo è il turno di Roberto Fabelo (Camagüey, Cuba 1951) con l’esposizione Persistencia, visitabile fino al 28 maggio, a cura di Eriberto Bettini e con il supporto del Consiglio Pontificio di Cultura e l’Ambasciata Cubana nella Santa Sede.

Con il termine persistencia si è voluto condensare in una parola parte del cuore della poetica dell’artista, ma anche un fondamentale della cultura cubana: la sicurezza e la stabilità nel tempo di alcuni elementi cari alla vita quotidiana come il cibo, gli elementi della casa, la famiglia, le mura domestiche, fino a arrivare a massimi sistemi più intimi quali la famiglia e la religione. I viajes di Fabelo partono da un tipo di disegno che mira all’indagine: non si tratta tuttavia di un’indagine di tipo leonardesco, volta alla comprensione di realtà empiriche, ma di realtà che vanno verso l’aere intellettuale e intimo delle persone, con il chiaro intento di innalzarle, esaltandone i lati migliori.

I disegni sono eleganti, accurati e fini, ma nonostante questa loro chiarezza, sono poi ibridati con elementi fantastici, onirici e persino alimentari al fine di trasformare immagini reali in allegorie dei tempi moderni. Il suo lavoro può essere associato a quello di un manierista contemporaneo: i suoi visi vengono esagerati, distorti, mescolati con altri elementi, racchiusi nei loro stessi sogni, al fine di tirare fuori le proprie personali bellezze (non per forza estetiche) ma anche inquietudini e nefandezze, così come la maniera di Leonardo da Vinci veniva interpretata da un Pontormo o da un Rosso Fiorentino, allo scopo di sovvertire la chiarezza in favore di una bellezza carica e con nulla di scontato. Con l’ausilio di colori piuttosto caldi, materiali che vanno da grandi tele in seta fino a carte più piccole che ricordano realmente le prime tavole anatomiche) e anche la vistosità dello spazio, la mostra di Fabelo è un’occasione per immergersi in un’esposizione fascinosa; le sue creature appaiono come ingrandimenti tratti dal Giardino delle Delizie di Bosch ma trasposte, in questa occasione, all’interno di un focolaio domestico dove uno dei dettagli che si nota con più facilità sono i fagioli, frijoles, che rappresentano un tipico della cucina sudamericana.

Attraverso quel semplice elemento, l’artista parla di sé e del suo paese ma soprattutto parla della collettività mondiale, chiusa ognuno nella sua personale zona angusta oppure persa in dimensioni più leggere e rassicuranti. Nell’opera Estasi dei fagioli bianchi, l’imponente viso raffigurato sembra aver raggiunto una sorta di visibilio celeste, circondato però non da nuvole o cherubini, ma da fagioli candidi; un modo potenziale per esprimere la pace che si può raggiungere attraverso la propria capacità di estraniarsi dal mondo, restando legati agli elementi più rassicuranti. Così come un sedicente piatto di spaghetti, poggiato sulla freschezza di una tela verde, diventa una vasca di riccioli di una pianta in cui trovare persino una giovane ninfa.

Le opere di Fabelo, a seconda di chi le osserva, divengono catalizzatori di attenzione sensitiva (non è da tenere come ultimo il senso dell’olfatto), di un rilassamento per la mente o di un’indagine nel proprio personale scomodo. Come nell’opera di Salvador Dalì, in cui la un momento passato diveniva stabile solo se legata a un cambio di stato materico e mentale: La persistenza (appunto) della memoria.

Fino al 28 maggio; Palazzo della Cancelleria, piazza della Cancelleria 68, Roma

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