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Cross The Streets

Si apre di sabato al Macro di via Nizza la tanto attesa mostra Cross The Streets, una rassegna che tenta di fornire le coordinate per una storicizzazione della Street art e del Writing. A presentare in conferenza stampa il progetto, che da tempo era nell’aria, il curatore italo-tedesco Paolo von Vacano che, con tanto di cappello e occhiali da sole nell’Auditorium del museo, inizia il suo discorso con con parole di esortazione: «Let’s party!». Che abbia quindi inizio la festa, non la sua ma quella di un movimento che è stato in grado di unire giovani, periferie, minoranze, regalando alle città vere e proprie opere d’arte gratuite. «Regalare il proprio lavoro ai cittadini – di questo si tratta per Francesco Dobrovich, direttore di NUfactory, tra i sostenitori dell’evento – gli street artist sono le persone più generose al mondo«. Generose sì, ma quando si tratta di pagare un biglietto a prezzo pieno per vedere murales in un museo c’è ancora chi ha qualcosa da dire. Insomma, non si perde mai occasione per ritirare fuori la solita storia della musealizzazione della street art, che ormai suona fin troppo vecchia. Non mancano neanche colpi di scena inaspettati in conferenza stampa. Dal pubblico una voce interrompe i curatori: “Perchè date spazio a persone che imbrattano i muri delle nostre strade?”. Un uomo di mezza età esce dalla sala senza neanche aspettare una risposta. Una performance così poco credibile che pare architettata dagli organizzatori della mostra.

Insomma, tutto sembra far parte di un processo di spettacolarizzazione della street art, entrata ormai da tempo in un circuito di commercializzazione che, diciamocelo, non fa più caldo né freddo a nessuno. Ma entriamo nel merito della mostra, l’impatto nella sala inferiore del Macro, effettivamente è abbastanza spettacolare, una grande installazione site-specific dell’artista franco americano WK Interact che colpisce particolarmente per la forza della sua monocromia. E poi grandi nomi, come Obey, Invader, che a vederli insieme impressionano parecchio. Per il resto un calderone di opere, si salvano Agostino Iacurci, di troppo è invece la parete sul Pop Surrealismo. Interessante al piano superiore il tentativo di una ricostruzione storica che sarebbe da approfondire, con ricerche sui rapporti tra la street arte e la capitale dal 1979 al 2017, a cura di Christian Omodeo, fondatore di Le Grand Jeu, agenzia e bookstore di Parigi specializzata in arte urbana: tra gli artisti Napal, Imos, Pax Paloscia. Milestones, è una sezione dedicata invece agli eventi che hanno contribuito alla costituzione del movimento, con la mostra del 1998 di Glen Friedman e il 2000 con Studio 14 fino all’Outdoor Festival, sotto la curatela di Rita Luchetti Bartoli. Piccola chicca anche Keith Haring Deleted, la testimonianza fotografica di Stefano Fontebasso De Martino a cura di Claudio Crescentini.

Ha del potenziale la programmazione pensata nel corso della mostra, presentazione di libri, incontri sul tema, performance live, e cosi’ via. Meno credibili gli zaini, le bombolette e gli skate, depositati in qualche angolo delle sale per rendere il tutto piu’ credibile. Comunque meglio tardi che mai, è un bene che vi sia a Roma un tentativo di spiegare al pubblico quello che vuole dire tutt’ora graffitismo e street art, anche alla luce degli interventi di riqualificazione delle periferie messi in atto negli ultimi anni oppure di iniziative magnifiche come quella di William Kentridge lungo il Tevere. Dice bene Paolo von Vacano, a pochi giorni dalla Biennale: «A Venezia c’e’ la gloria, a Basilea il mercato, a Roma l’eternità». E allora, ricominciamo a dare a Roma quel che e’ di Roma.

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