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Palermo città aperta

L’arte contemporanea fornisce nuovi modelli, nuovi strumenti di traduzione e di acquisizione che contemplano elementi sociali di tipo identitario. La storia, la tradizione, il contesto territoriale costituiscono un iter imprescindibile nella ricerca estetica e formale di un artista. Il nostro paese, sotto questa lente d’indagine, incarna nelle sue molteplici differenze linguistiche e demografiche un esempio concreto di stratificazione culturale, le nostre radici creole sono frutto di contaminazioni eterogenee, elementi radicanti che pongono le basi di un dialogo intersoggettivo, un racconto il cui fine è quello di produrre un’installazione: ci installiamo in un territorio o in un concetto in maniera completamente precaria e temporanea, quasi fosse un accampamento. Palermo è lo sfondo del racconto. La città si apre agli occhi dei suoi visitatori nel dedalo di vie, vicoli e stradine che si intrecciano tra le imponenti chiese barocche e i palazzi nobiliari di un’aristocrazia ormai decaduta, il paesaggio si staglia all’orizzonte come fosse una Kasbah mussulmana, le urla e il vocio della strada si fondono agli odori del cibo speziato, un humus culturale che definisce un popolo e le sue attitudini. 


Infermeria
, lavoro site specific dell’artista Sislej Xhafa, nasce in seno a Palermo, ne è una sua compagine spaziale, una sua concreta estensione. Radicale ed estremo, il lavoro di Xhafa non cede al compromesso, i cantieri culturali alla Zisa rappresentano un confine errante, una città nella città, dove la storia cede inevitabilmente il passo alla riflessione. Ex fabbrica militare in tempo di guerra, gli immensi spazi dell’hangar dove Xhafa agisce, pongono un quesito premilitare: come riempire lo spazio? Come dare forma ad un’idea? 
Colpisce questo avvicendarsi di ambizioni estetiche, in un’epoca in cui sono i meccanismi sempre più sofisticati adottati dall’arte che riflettono il successo di un’opera o di una creazione, dunque bisognerebbe fare un passo indietro, abbassare i toni e cogliere il gesto più alto e più impegnativo che possiamo affrontare: l’assenza. Assenza di corpi, di forme, di itinerari visivi, la sola protagonista ingombrante nell’opera di Xhafa non ha fisionomia, non ha un nome, o meglio un titolo c’è, e richiama inevitabilmente la memoria di ciascuno di noi, l’infermeria è un luogo di transito precario, un ambiente asettico privo di una sicura assistenza.


Sotto la sapiente curatela di Paola Nicita, il progetto di Xhafa si svela nella sua complessità: un libretto sanitario dell’Ente Nazionale di Previdenza è il viatico necessario per entrare nel percorso ideato dall’artista, il catalogo è un’ennesima riflessione sulla città, magistralmente tradotto in dialetto siciliano da Vincenzo Pirrotta, il libretto rappresenta un elemento indispensabile del progetto, ma al tempo stesso è simbolo e segno di costrizione che riporta alla memoria il corporativismo coatto perpetuato dalla dittatura fascista del XX secolo. Nell’epoca dei flussi migratori, del nomadismo planetario, la domanda a cui dobbiamo rispondere risiede nelle logiche di questa realtà storica e sociologica ovvero cosa siamo disposti a cedere? La percezione immaginifica mondiale è destinata alla precarietà, oppure dovremmo solo arrenderci a un sistema che vede allontanarsi l’ideale nazionalista per entrare in una nuova fase di creolizzazione crescente?

Sislej Xhafa ci lascia un grande spazio vuoto, Infermeria si pone al centro di un dialogo esistenziale, che non condivide affatto il regime di visibilità istituzionale a cui siamo sottoposti, ma procede ben oltre la struttura fluida del presente, poiché forse, per un momento, dovremmo dimenticare le nostre radici, per aderire liberamente ad un partito nomade, accettando di divenire “affittuari del presente” liberi di ridefinire la nozione stessa di storia.

Fino al 15 aprile, ZAC Cantieri Culturali alla Zisa, Palermo; info: www.comune.palermo.it

 

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