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Kounellis, l’ultimo saluto

«Sono un pittore e la mia tela è lo spazio». Era uomo di poche parole, e infatti poche ne bastavano a Jannis Kounellis per parlare di sé. Riuscendo sempre, con quelle stesse poche parole, in quel modo così sintetico eppure profondo che lo caratterizzava, a definire anche la sua arte. Celebrando le sue esequie nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, meglio nota come la Chiesa degli Artisti, Don Walter ha usato quelle stesse parole per ricordarlo. L’immagine che subito gli viene alla mente, nel parlare di quell’uomo dall’andatura sicura, dal volto severo ma con il cuore gentile e aperto all’ascolto, è quella foto famosa in cui Jannis cammina portando sulle spalle un sacco di iuta. Metafora di chi arriva, portando con sé tanti doni da offrire. Metafora di un maestro che ha alle sue spalle un bagaglio di insegnamenti da elargire a generazioni di artisti. Metafora di chi dal Pireo raggiunge l’Italia a soli vent’anni, con qualche bisaccia al seguito, per fare dono di sé e della sua anima attraverso la sua arte. Perché per un artista, più che per chiunque altro, ciò che si fa corrisponde a ciò che si è.

E Gianni, così come era chiamato da coloro che lo conoscevano e sapevano quanto si sentisse italiano, era un pittore. E non solo perché ai suoi esordi poco noti dipingeva quadri, ma perché per Kounellis la pittura era costruzione d’immagini. Lui costruiva immagini nello spazio che era, appunto, la sua tela. Quello stesso spazio che Courbet aveva raffigurato con scomodo realismo, che Picasso aveva scomposto per poterlo ritrarre tenendo conto della variabile tempo, che Fontana aveva lasciato intravedere squarciando la tela. Kounellis, come ricorda il critico d’arte Bruno Corà, nel dargli il suo ultimo saluto, era erede di quegli artisti, e infatti aveva deciso di esplorare uscendo fuori dal quadro. Lo spazio Jannis Kounellis lo indossava, lo abitava. E lo arredava. Fu certamente questo ad avvicinarlo al movimento dell’Arte Povera, fino a diventarne uno dei maggiori esponenti a livello internazionale. Quei luoghi insoliti al mondo dell’arte, come garage o ex fabbriche, venivano così abitati da Kounellis e arredati, con materiali poveri come la iuta e il carbone. Con carcasse di animali o addirittura con cavalli vivi, come quando nel 1969 trasformò la galleria L’Attico di Fabio Sargentini in una stalla. Nessuna tela, nessun quadro: solo l’opera d’arte che occupa lo spazio e si fonde con esso fino a viverlo in maniera autonoma. E se con Kounellis e quella famosa esposizione a L’Attico, per molti, hanno inizio le lezioni di arte contemporanea, sembra allora che con la sua ultima installazione al Centro di Arti Visive Pescheria di Pesaro (luglio 2016) si chiuda un cerchio.

Ancora una volta un cavallo, vivo, che qui camminava girando in tondo continuamente «come un funerale napoletano». La morte, quasi a presagio, aveva abitato quello spazio attraverso la mano dell’artista: tubi coperti da teli bianchi, come corpi feriti a morte mentre sopra di essi ciondolavano a fatica delle altalene con sù sacchi di carbone, come corvi che aleggiano sui cadaveri. Una litania funebre», aveva spiegato l’artista. La stessa che oggi aleggiava all’interno di quella chiesa gremita di persone, del mondo dell’arte e non solo, che in un modo o nell’altro lo avevano conosciuto e amato. Alfredo Pirri, Ludovico Pratesi, Piero Sartogo , la direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma, Tiziana D’Achille, la compagna di vita Michelle e il figlio Damiano, ed ancora critici e artisti; amici e colleghi stretti attorno al suo ricordo. E mentre portano via il feretro per seppellire Jannis Kounellis nel Cimitero Acattolico di Roma, vedendo quella bara umile e austera uscire dalla chiesa, viene in mente una vecchia foto. Gianni è ritratto di spalle, mentre attraversa un corridoio andando verso la porta, lasciandosi il buio dietro di sé. Lo si potrebbe immaginare così, mentre esce di scena. Immerso in un caravaggesco contrasto tra luce e ombra. Che, dopo tutto, oltre ad essere ciò che lo aveva fatto innamorare dell’arte italiana, era ciò a cui si era sempre ispirato: la forma, i volumi, il corpo.

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