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Sacro contemporaneo, un estratto dal libro di Michela Beatrice Ferri

Arte e sacro, un legame indissolubile in epoche antiche, che oggi appare invece sempre più debole. Elementi spesso difficili da far dialogare ma che continuano nel sottosuolo a tessere trame comuni, benché in apparenza completamente distanti. Sacro Contemporaneo è una pubblicazione Àncora Editrice (2016) di Michela Beatrice Ferri, docente di Filosofia e di Estetica negli Stati Uniti, che raccoglie 19 dialoghi con studiosi, critici d’arte e artisti contemporanei su questo tema spinoso. Un testo che cerca di far affiorare le ragioni che hanno portato a un distacco, almeno apparente, tra arte e spiritualità e che si domanda cosa intendiamo oggi quando parliamo di sacro e come possa l’arte essere in grado di esprimerlo rimanendo “contemporanea”. Proponiamo di seguito un estratto dal libro, un’intervista all’artista Gian Maria Tosatti (Roma, 1980) che nella sua ricerca ha di recente affrontato temi legati alla teologia e alla spiritualità.

Gian Maria, che cosa intendi, come artista e come intellettuale, per arte contemporanea?
Ho una formazione trasversale. Non faccio una distinzione disciplinare. Metto sullo stesso piano ogni forma d’arte: letteraria, visiva, musicale… Per me arte contemporanea è tutto ciò che è in grado di parlare al presente. Piuttosto, Stanislavskij faceva una distinzione essenziale fra “attuale” e “contemporaneo”. Il primodi questi due aggettivi definisce qualcosa che è fatto nel tempo presente, ma che non ha il peso specifico per poter restare “vivo” anche nel presente di domani o di dopodomani. Il secondo agget- tivo, invece, “contemporaneo”, definisce qualcosa che è valido in qualunque presente, oggi come trecento anni fa. Un valore assoluto, insomma. È arte – diceva Gino De Dominicis – quando anche un sumero la vede e si emoziona. Noi leggiamo ancora poesia di cinquecento anni fa, alcune tragedie greche, Shakespeare, o osser- viamo Caravaggio, piuttosto che Edward Hopper, ascoltiamo Grieg o Beethoven, piangiamo all’«Addio del passato» della Traviata, e mai, in questi nostri attraversamenti artistici, ci limitiamo a pen- sare al loro dato storico. Queste opere ci parlano di oggi, e ancor di più, ci parlano di noi. Desdemona, proprio come Violetta, cede sotto la stretta delle nostre mani o della nostra debolezza. Siamo sempre noi i responsabili di queste morti, o siamo sempre noi che guardiamo la nostra casa e il nostro piccolo e vertiginoso mondo attraverso la lente distorta del Christina’s world di Wyeth. L’arte contemporanea è l’informazione che ti cambia la vita. Pensare a Enrico V e al suo “discorso di San Crispino”, può essere l’elemento che motiva un dato atto di coraggio, uno dei molteplici che dovremmo compiere nella nostra vita. E così, di opera in opera, di momento in momento, l’arte è contemporanea a noi stessi. Ci aiuta a capirci e quindi a “essere”.

Puoi spiegare qual è stato il punto di partenza della tua produ- zione artistica?
Parto sempre da una domanda. Una domanda che mi è essenziale. C’è un libro molto importante per me. Un libro che ha segnato un passaggio determinante nella mia crescita personale. Si intitola Il monte Analogo, ed è stato scritto da un autore francese capitale per il Novecento, René Daumal. In questo libro, che è una summa apparentemente laica di tutto quello che è sostanziale e condiviso nelle grandi religioni (Daumal era uno studioso di sanscrito e di induismo), c’è un dialogo fra i due protagonisti. Uno domanda all’altro di che cosa avesse paura e ottiene una risposta per me essenziale pur nella sua apparente banalità: «Ho paura di morire senza sapere perché sono vissuto». E in questa frase c’è l’opposto del concetto di alienazione, in termini filosofici, sociali, economici, passando da San Francesco a Marx. La domanda è l’elemento d’innesco di ogni dialettica. È il momento che precede la tesi hegeliana. Senza la domanda non c’è movimento proprio, solo inerzia. Nella vita impariamo le regole, agiamo secondo le regole. Ma spesso ci dimentichiamo di domandarci che cosa ci sia dietro le regole, quale sia il tessuto primario, il tessuto atomico delle leggi che seguiamo e che spesso non comprendiamo. Per me che a 12 anni ho scoperto di essere un agnostico, ugual- mente, la ricerca dell’identità di Dio ha impegnato tutti gli anni che sono seguiti. Ed è tutt’oggi un cammino sempre più in salita, più complesso, che non mi stanco di percorrere. E così ancora molte altre domande su me stesso e sulla realtà sono diventate i motori primari del mio percorso umano e lavorativo. Credo siano le domande sul senso profondo dell’esistenza che debbano guidare i nostri passi. È un percorso senza fine, perché alla fine del cammino verso una risposta, si trova semplicemente una domanda di secondo livello. È un po’ come scrive Jack Kerouac nei Vagabondi del Dharma, quando hai scalato la montagna non devi continuare a scalarla, devi iniziare a scalare il cielo. Credo che il senso della vita sia appunto comprenderne la complessità, allargare il proprio spirito. Altrimenti penso che si compia il peggiore dei peccati, sciupare la grazia e la delicatissima potenza dell’anima.

Arte, fede e ricerca della fede. Come intendi la fede ?
Non ho idea di che cosa sia. Sono sincero. So che è qualcosa che cerco da molti anni. Ad essa ho dedicato anche uno dei miei lavori più importanti, Devozioni III. È un’opera che videro in pochi, perché è una delle mie prime. Ma era motivata da questa profonda differenza che sentivo tra me e tutta una parte di umanità che navigava con le vele gonfiate dal respiro della fede. Poi negli anni ho capito che, forse, la fede non è una. Che assieme alle vele bianche dei velieri che navigano di poppa, ci sono anche altre navi, barche piccole, nere, che navigano di bolina. E credo che anche nell’accettazione di quel destino ci sia una specie di fede paradossale. D’altra parte, non tutte le navi devono andare nella stessa direzione. Non c’è un solo porto in cui dirigersi. Quand’anche questo porto fosse la salvezza. E non crederò mai che la volontà di Dio sia una sola per tutti gli uomini. C’è bisogno che qualcuno vada controcorrente, vada incontro a chi sta andando alla deriva. Forse è il destino degli angeli quello. O forse di alcuni uomini. Magari degli artisti. Non riesco ad arrendermi a una idea semplice del destino dell’uomo. Penso spesso a figure complesse nella storia della religione cristiana, penso al rapporto fra San Michele e Lucifero, su cui sto lavorando in questi mesi24. E sono sicuro che entrambi siano dominati dalla stessa fede monumentale. Ma quanta differenza fra loro. E penso, invece, ai punti di contatto. Li vedo lottare nei fotogrammi della infinita pellicola di dipinti che immortala il loro scontro. E lì, vedendo talvolta l’uno prevalere sull’altro e viceversa, sono assalito da un senso assoluto di pietà. E ho sempre pensato che nel lottare, i loro occhi fossero pieni di lacrime. Che nessuno dei due fosse davvero capace di assestare all’altro il colpo mortale e che non ci sia luogo più carico di fede che il fondo dell’inferno. Penso che nessun pensiero sia mai stato più potentemente carico di fede e diretto al cielo che non quello di Lucifero e della sua infinita e straziante nostalgia. L’onnipotenza di Dio che contempla il male. La parabola di Giuda. La frase di Dostoevskij, scritta la sera prima della sua esecuzione (poi annullata) che dice: «Se qualcuno venisse a dimostrarmi che Cristo non è la verità e che, anzi, Egli sia il contrario della verità, io sceglierei ancora Cristo invece della verità». Ecco, tutto questo ha per me a che fare con quel navigare di bolina, incontro alle apparenti contraddizioni che in realtà, come nell’infinito matematico, devono avere, oltre l’orizzonte, un punto in cui tutte finiscono per coincidere in un’unica traiettoria inconcepibile. Ave- re fede che ci sia quel punto da cercare, ecco, questa è la mia fede.


Come l’arte e la ricerca della fede hanno “camminato” assieme o parallelamente nel tuo percorso biografico, finora?
Per rispondere a questa domanda devo forse essere più compilativo che concettuale. Ho compiuto un lungo apprendistato come uomo e come artista. Come Alësa Karamazov, a un certo punto ho fuggito il sangue, la parte terrestre dell’umano. Ho costruito attorno a me un monastero, che, appunto, mi è poi crollato sotto i piedi, proprio come al protagonista del libro di Dostoevskij, perché la verità è una sola, e cioè che l’uomo è sangue e spirito. E così, una volta precipitato a terra, mi sono rialzato e ho iniziato il mio cammino nelle arti visive partendo proprio dall’analisi del mistero che è stato alla base della teologia cristiana e di tutte le sue più profonde controversie all’inizio della sua storia, ossia il tema dell’incarnazione. Sono ripartito dai Karamazov, perché parlavano della mia vicen- da, e li ho riempiti di molti altri spunti, altre fonti. Prendevano così corpo le prime tappe di uno dei più importanti cicli di opere che ho realizzato, Devozioni. E passo dopo passo il tema si allargava, dall’incarnazione si passava all’analisi della figura di Cristo come archetipo dell’uomo moderno – penso ancora che le due opere a lui dedicate, Devozioni V e Devozioni VII, siano i miei lavori più belli – fino ad arrivare, in Devozioni X, a un tentativo di definizione dell’identità di Dio. Un affondo finale che non sarebbe stato possibile senza i sei anni di ricerca precedenti. E, dunque, tutto il ciclo fu esattamente un “cammino” in quello che è il campo di una teologia agita – perché non bisogna dimenticare che i miei lavori sono in primo luogo “esperienze”; potremmo dire “performances”, usando un termine tecnico, ma impoveriremmo incredibilmente il senso di quel che intendo. Dopo Devozioni, sono poi arrivati altri cicli di opere, uno di questi, Fondamenta, riflette sulla costruzione del destino di un mondo post-cristiano, ossia un mondo, nato dalle ceneri di Auschwitz, che è la grande necropoli del Cristianesimo. E poi oggi, nella città di Napoli, mi sono aperto una specie di grande parentesi della durata di circa tre anni, che ha come obiettivo l’indagine sui limiti del bene e del male nell’uomo con il progetto Sette Stagioni dello Spirito, che procede mano nella mano con Santa Teresa d’Avila, ma che cerca di capire ciò che sta all’origine delle mie domande, non tanto attraverso i testi sacri, quanto nel loro metterli alla prova del presente, nelle strade, in mezzo agli uomini.

Vi sono momenti della tua produzione artistica dedicati all’in- contro/dialogo con la fede?
In una conversazione con un uomo di Chiesa che mi è vicino in questo mio percorso napoletano dedicato al bene e al male, un giorno ho detto: «Quel che meno mi interessa di Dio è il suo nome». Il dialogo con la fede per me è il dialogo continuo che l’uomo ha con l’esistenza. Dio è la stessa esistenza dell’uomo. Dunque, se devo essere sincero, ogni opera d’arte è un incontro con la fede sotto un certo punto di vista.

Un artista che ha un passato come giornalista è un artista che affianca alla ricerca artistica quella culturale in generale. Quali sono i tuoi punti di riferimento culturali/intellettuali?
Io sono una specie di capitano che naviga a vista. In questa condizione non ci sono mai riferimenti stabili. Essi cambiano continuamente. La dimestichezza con la cultura, una profonda conoscenza dell’opera dell’uomo, non è di per sé un elemento di forza, ma diventa un’essenziale possibilità di interpretazione. Le rotte per le destinazioni ignote, che sono le uniche che l’uomo deve percorrere, se non vuole rifugiarsi nella sclerotica ripetizione di un passato ormai sterile e i cui frutti sono già stati còlti da altri, non sono tracciate in nessuno dei libri già scritti. Altrimenti non ci sarebbe necessità di scriverne di nuovi; altrimenti non saremmo noi chiamati a scriverne di nuovi. Avere una cultura molto ampia, quindi, è come conoscere bene gli uomini e saper parlare molte lingue. Aiuta a trovare la chiave per risolvere ogni situazione inedita. I riferimenti devono darsi il cambio rapidamente. Quando ero un ragazzino seguivo con grande attenzione i telefilm della saga di Star Trek. La missione della nave “Enterprise” (che vuol dire “Impresa” non a caso) era esplorare e dirimere le questioni di tutte quelle regioni inesplorate oltre i confini dello spazio noto. Era una perfetta analogia della missione dell’uomo, di qualunque uomo, nel suo presente. E quello che si imparava in quei telefilm era che ogni volta bisognava inventare una soluzione inedita, che non c’erano ricette, perché ci si trovava in lontananze di cui nessuno aveva mai sentito parlare. Eppure, l’esperienza di quel che è la struttura stessa della vita consentiva alla fine all’equipaggio di costruire il teorema che conducesse alla soluzione dell’avventura cui l’episodio ruotava attorno. Che cosa voglio dire con questo? Che ho usato con rapidità incredibile fonti complesse, come il Vangelo, Dostoevskij, Agota Kristof, Gyorgy Lukacs, Giorgio Agamben, Santa Teresa d’Avila, Pasolini, come fossero milioni di incognite che potessero adattarsi alla struttura dell’equazione matematica che mi veniva proposta dalla vita e dalla quale dipendeva la giusta traiettoria perché il sole – per me – potesse anche oggi tramontare per poi risorgere domani. Le fonti, dunque, sono solo una delle tante incognite all’interno di equazioni complessissime che mi vengono messe ogni giorno davanti dalla vita. Ma per poter trovare l’incognita giusta è necessario avere un bacino enorme di fonti a cui attingere. Bisogna ricordarle a memoria, e anzi, ancor di più, come diceva Rilke, averle dimenticate e poi aver avuto il tempo di farle tornare dentro di sé non più come un riferimento da noi separato, ma come una proprietà del nostro spirito, capace di dar risposta immediata. Per questo detesto un vecchio detto francese che pareva essersi esaurito nel Novecento e che, invece, oggi pur senza dirlo aper- tamente, sta tornando di fatto di gran moda. «Bête comme un peintre», così si diceva e così si potrebbe spesso dire oggi di tutti gli artisti che ne sanno solo un po’ di arte e nemmeno tanto. È diventato quasi impossibile discutere realmente con altri artisti di poesia, teatro, musica, letteratura, politica, economia, religione, teologia, scienza. Invece, ricordo, come per averli vissuti – perché è coi loro libri che sono cresciuto – gli anni della Vienna dell’inizio del Novecento, quando gli scrittori e i pittori si incontravano nelle più disparate sedi universitarie di matematica o di filosofia a compiere studi apparentemente incoerenti, ma che poi hanno consentito loro di scrivere in pochi anni, nei loro libri, tutto quello che sarebbe poi successo nella realtà del secolo seguente.

In quale misura questi punti di riferimento hanno accompagnato il tuo “ fare” artistico e la tua ricerca di fede?
A proposito di austriaci, di viennesi, mi viene in mente Elias Canetti che nel suo Autodafé descrive un uomo che nella sua enorme biblioteca poteva ricordare immediatamente in quale riga e quale pagina fosse scritta quella certa frase e si perdeva, a volte, in con- versazioni vagheggiate, ma incredibilmente verosimili, con Seneca, Platone, Vico, o chi per loro, che di tanto in tanto si sedevano in consesso attorno a lui, come si va a trovare un vecchio amico. Ecco, è così che i punti di riferimento mi hanno accompagnato. Come anime evocate, a volte. Che venissero a sedersi nella penombra della mia stanza, ovunque essa fosse, a Roma come a New York, a Napoli come a Varsavia o nelle molte altre città in cui ho vissuto, e mi parlassero come a un fratello. D’altra parte ho sempre pensato che tutti questi uomini del passato fossero appunto uomini in nulla diversi da me, persi, come me, in quella distanza incolmabile fra il coraggio e la paura. E ho sentito la loro mano sulla spalla molte volte. Per questo, devo ribadire, che la cultura è tanto distante dall’essere erudizione. È un fatto umano, proprio come quando si legge la Ballata del vecchio marinaio di Coleridge. Chi ne fa solo un fatto letterario, chi non l’ascolta proprio come fa l’interlocutore della poesia stessa, pieno di stupore e umana meraviglia, credendo a tutte quelle parole come se fossero vere, è un po’ come chi si ferma a guardare il dito invece della luna. Oggi sto leggendo Santa Teresa d’Avila. Potrei cercare di seguire i suoi ragionamenti, potrei cercare di comprendere pienamente il suo quadro filosofico comparandolo con le altre posizioni dell’e- poca in termini di fede. E invece, mi parla di me, del mio essere artista, del mio obbedire a una volontà più grande che non so de- finire e alla quale pure mi abbandono ogni volta che un’opera mi impone di essere “trovata” (per dirla con Picasso).

L’artista che è “alla ricerca di” è l’artista che dialoga con le forme d’arte per scavare in profondità tendendo allo svelamento del “sen- so” della realtà. Che cosa è questo “senso” per te? Come lo esprimi nella tua poetica?
C’è un film che amo molto e che è sempre stato l’analogia ideale per parlare di che cosa esattamente è ciò che io realizzo come arti- sta. Il film è Stalker di Andrej Tarkovskij. La storia è semplice. Un gruppo di persone compie un’avventura nel cercare di raggiungere un luogo “magico” che, si dice, possa avverare i desideri. Durante quell’avventura i protagonisti si confrontano con la radice più profonda di sé, che è la terra in cui nasce il desiderio (il quale altro non è che una emanazione della propria essenza). Alla fine, proprio a un passo dal traguardo ognuno si rende conto di aver trovato il senso che stava cercando e non ha più bisogno di entrare nella stan- za per avverare il proprio desiderio, perché in esso non avrebbe che ritrovato quanto aveva già scoperto. È nel viaggio che sta il senso, non certo nell’approdo. Per cui, alla fine, nel film non sappiamo se davvero la stanza abbia quel potere magico che gli si imputa. Semplicemente non ci interessa più. Non serve più la magia. La vita e il farne l’esperienza sono qualcosa di assai più magico, sono ad- dirittura un fatto “reale”. Però, perché i protagonisti del film se ne accorgano è necessario che ci sia uno “stalker”, qualcuno che li con- duca secondo una via precisa, una via che in realtà gira in tondo, ma che ha la capacità di concentrare lo sguardo di chi la percorre. Ecco, è quello che faccio coi miei lavori. Attraversandoli si vive un’avventura. Qualcosa di fisico, di reale. Sono delle imposture, come lo è la pittura con le sue prostitute usate da modelle per fare il volto della Vergine. Non ho problemi a dirlo. Sono trucchi di un demiurgo da teatro proprio come il dottor Hinkfuss nel Questa sera si recita a soggetto di Pirandello, ma maneggiano la verità. L’uomo che attraversa i miei lavori è vero e la sua avventura, che lo porta a guardarsi dentro, è reale. Per cui a chi importa alla fine che si tratti di un’opera d’arte, che dietro ci sia un artista e quali siano le fonti di riferimento…? Sono cose a cui bisogna non pensare. L’importante è l’innesco. Il resto è un processo di disvelamento che impegna il visitatore, che proprio grazie a quell’innesco, fornitogli dall’artista, riesce a proseguire un discorso con sé stesso che si era interrotto da qualche parte della sua anima, riuscendo a dirsi ciò di cui da tempo aveva bisogno di parlare con se stesso. Questo è il “senso” per me. Compiere quel viaggio e farlo com- piere agli altri. Io sono solo il primo a trovare, di volta in volta, la rotta. E ciò che mi legittima come artista è, a quel punto, condividerla con gli altri. La rotta, dunque, non l’opera come valore plastico, ma ciò che è possibile “attraverso” l’opera. Questo è il senso.”.

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