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Il radicale Gianni Pettena in mostra nella galleria Giovanni Bonelli

Quando l’estetica equivale all’etica succede che una scritta a caratteri cubitali campeggi come un inquietante monito negli ampi spazi della Galleria Giovanni Bonelli: «Carabinieri» sembra urlare a gran voce Gianni Pettena, quasi volesse guardarci le spalle da chi normalmente dovrebbe difendercele. Quelle lettere imponenti e insidiose sono il gong che segna l’apertura di una ricca esposizione antologica dell’artista, a cura di Marco Scotini e visitabile fino al 24 febbraio. L’esposizione traccia la testimonianza di un biennio cruciale per l’arte e per la società, quello tra il ’68 ed il ’70.

Artista radicale nel pensiero e nella forma delle sue opere (Emilio Ambasz lo annoverava tra quei protagonisti dell’Architettura Radicale a non aver avuto il giusto riconoscimento), Pettena invita lo spettatore a una presa di coscienza dell’arte del tutto singolare, totalmente scevra da qualsiasi forma di disciplinarità o attitudine accademica: l’artista propone un approccio e una prospettiva di osservazione dal taglio empirico, che abbraccia la riscoperta del carattere fisico del luogo e del paesaggio naturale.

All’interno dell’esposizione campeggiano installazioni che sembrano giocare con il pubblico, che a tratti lo deridono o lo ridicolizzano: ne sono esempio le due brillanti light boxes di un rosso vivo, che richiedono ”applausi”. Pettena, da sempre controcorrente, scrisse nel 1973 il suo L’Anarchitetto, divenuto vero e proprio libro cult: su questa stessa scia è tratto il titolo della mostra, About Non Conscious Architecture, derivante da un articolo a firma dell’artista-architetto, uscito sulla rivista Casabella nel 1974, a seguito dei suoi ripetuti viaggi nel deserto dello Utah e nella Monument Valley. Info: www.galleriagiovannibonelli.it

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