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Nexo Digital, l’arte al cinema

I film di Nexo Digital non sono dei film. O meglio, non dei film in senso tradizionale. «La nostra – spiega l’Amministratore Delegato Franco di Sarro – è una start up nata nel 2010, anno in cui abbiamo deciso di scommettere sulla digitalizzazione delle sale cinematografiche e di presentare sul grande schermo contenuti alternativi». Alternativi come portare una mostra su un monitor di 15 metri. Nulla di simile ai biopic e ai documentari d’arte a cui siamo abituati, un Van Gogh interpretato da Kirk Douglas, o un Sebastião Salgado raccontato da Wim Wenders. I film di Nexo Digital entrano nei musei per percorrere con i loro direttori le sale in allestimento, per mostrare al pubblico quello che di solito non gli è concesso vedere. La cassa si apre, il coperchio si solleva per liberare il dipinto di Matisse che verrà appeso alle pareti della Tate Modern di Londra. Alla National Gallery, invece, tecnici e curatori calibrano l’illuminazione della sala per ridurre l’ombra creata dalle cornici sulla superficie delle opere, mentre all’Het Noordbrabants Museum un’equipe di esperti svela i particolari nascosti nelle tele di Hieronymus Bosch. «Contenuti inediti – dice Di Sarro – backstage e tanto altro. Ci siamo inventati qualcosa che prima non c’era». 

Come comincia questa scommessa?
«Prima di tutto con la digitalizzazione delle sale e portando al loro interno kit satellitari che permettono di ricevere contenuti in diretta. Questo ci ha permesso di trasmettere esperienze live e dare spazio a contenuti diversi dai film tradizionali. Nel 2012 ci siamo avventurati nella distribuzione di prodotti legati a tour esclusivi delle mostre più grandi del mondo, tra cui Leonardo da Vinci alla NationalGallery trasmesso via satellite. Questo esperimento è stato fatto in circa 80 città di Italia e ha avuto un’ottima risposta del pubblico, incoraggiandoci a continuare su questa strada, con mostre sempre più importanti, e a costruire progetti di partnership, come quello avviato con Sky. Attualmente, siamo in grado di presentare una stagione quasi annuale di contenuti legati all’arte nei musei italiani. È un tipo di divulgazione che non esisteva, ci siamo inseriti a livello mondiale come operatori di questo tipo di contenuti, oggi siamo azienda leader».

Sì ma perché si dovrebbe andare al cinema a vedere una mostra? Cosa può offrire un film di più rispetto a un’esperienza diretta o alle visite 3D che oggi i musei mettono a disposizione online? «Il mezzo cinematografico dà la possibilità di rendere l’esperienza molto più aggregante. I film di cui stiamo parlando coinvolgono esperti, curatori, direttori museali che spiegano nei dettagli le opere esposte. Non solo, mostrano anche aspetti inediti e i dietro le quinte di un’esposizione. Il tutto con una tecnologia 4k e 3D, in una stanza buia, senza distrazioni esterne. È qualcosa che non ha eguali. Ho visto alcuni dei progetti proposti da Google ma li trovo un po’ spersonalizzati. Non riesco a rimanere catturato, la mia attenzione svanisce dopo poco. Qui c’è in gioco il sentimento che anima gli spettatori, come fosse una modalità sociale di condividere una passione insieme».

Oltre che agli addetti al settore, una conoscenza così specifica e scientifica può interessare anche alla gente comune?
«Le persone hanno bisogno di essere guidate, non vogliono essere da sole nella fruizione di un contenuto. Il cinema lo permette. A questo si somma quell’appeal che nasce dalla combinazione tra una tecnologia sempre più spettacolare e l’aspetto didattico di una visita guidata più accattivante rispetto a una visita tradizionale. Il nostro pubblico è di solito composto da gente comune a cui piace andare alle mostre e condividere un’esperienza. Molto spesso sono gruppi di amici che vanno insieme a teatro, al cinema, ai musei. Si tratta di una nicchia che va dai 15mila ai 65mila spettatori paganti, è un fenomeno interessante. Poi dipende anche dal film, quello di Frederick Wiseman sulla National Gallery, ad esempio, è molto più settoriale di altri».

Nonostante il boom di visite delle grandi mostre, è sempre più difficile portare gente nei musei, così come al cinema. Di fronte a questo panorama, un film sull’arte non rischia di essere l’ennesimo deterrente per una visita diretta?
«Non sono d’accordo sul fatto che al cinema non si vada. Il problema è che troppo spesso i film sono di bassa qualità, specie per il pubblico italiano che è molto selettivo. Ma quando c’è un buon prodotto, la gente corre a vederlo, senza fermarsi di fronte al prezzo del biglietto. Detto questo, oggi portiamo i nostri contenuti in 60 paesi, sono prodotti che si prestano molto a essere condivisi. Questo frena dall’andare alle mostre? Non credo proprio, anzi. Il cinema esalta anche le qualità di un luogo, è un esempio l’esperienza che abbiamo fatto fare agli spettatori nell’Opificio delle pietre dure a Firenze».

Sembra che l’arte contemporanea sia ancora poco presente nella vostra selezione. Colpa della sua non immediata accessibilità al grande pubblico?
«Abbiamo iniziato a sperimentarla portando nelle sale il film di Marina Abramovic The Space in between, che è andato molto bene e vogliamo continuare a esplorare questo settore. Lo rifaremo molto presto con un film su Francesco Vezzoli e avremmo voluto trattare anche Maurizio Cattelan ma non ci siamo riusciti. Diciamo che il problema è trovare prodotti all’altezza, stiamo cercando lungometraggi adatti non soltanto a un pubblico ristretto».

Con la realtà virtuale, quale sarà il futuro dell’industria del cinema dell’arte? Può il grande schermo competere con le tecnologie che sono alle porte?
«Anche noi abbiamo realizzato dei contenuti in realtà virtuale, ad esempio per il lancio di San Pietro e le Basiliche papali. Si tratta di utilizzi molto rapidi, tre clip da due minuti circa che portano lo spettatore a posizionarsi al centro della piazza. Stiamo cercando ancora di capire come sfruttare al meglio le potenzialità del virtuale ma per il momento non c’è narrazione, è solo una visuale diversa dello stesso luogo. Non credo che soppianterà il cinema, è più uno strumento per la comunicazione. Diversa è l’interazione fisica che oggi si cerca di trasmettere, tu che sei dentro a una scena dinamica e intorno a te succedono cose. È qualcosa che si inizia a vedere ma non siamo ancora pronti, bisogna aspettare per capire come si evolverà».

Info: www.nexodigital.it

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