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Multiculturalismo? Parliamone

”Lavorare alla ricomposizione di una modernità significa innanzitutto inventare lo strumento teorico che permetta di lottare contro tutto ciò che, nel pensiero postmoderno, accompagna obiettivamente il movimento di standardizzazione inerente la mondializzazione. Si tratta di aprire una regione intellettuale ed estetica nella quale le opere contemporanee possano essere giudicate secondo gli stessi criteri; in breve uno spazio di discussione. Nell’attesa, assistiamo all’emergere di una sorta di cortesia estetica postmoderna, un’attitudine che consiste nel rifiutarsi di formulare il benché minimo giudizio critico per paura di urtare la suscettibilità dell’Altro. L’effetto perverso risiede nel fatto che si giunge a considerare implicitamente gli artisti non – occidentali come invitati coi quali bisogni essere educati, e non come veri e propri attori della scena culturale”.

Il pensiero di Nicolas Bourriaud sintetizza in maniera lucida l’emergere di un prodotto di questo tanto agognato mondo multiculturale ovvero l’incombente e mai cessata supremazia della compagine occidentale, quel white power di cui si ha imbarazzo, ma che è figura latente e peso specifico della nostra società, un retaggio storico ottocentesco in cui si guarda all’Africa e al terzo mondo in generale, come un fenomeno esotico e periferico, un universo ancora lontano e poco valutato.

Cristiano Tassinari, artista originario di Forlì, da diversi anni di base a Berlino, nel suo ultimo progetto espositivo intitolato 55 m2 it’s our home introduce e analizza un aspetto non scontato di un immaginario post coloniale che vede l’occidente unico e vero detentore di un primato intellettuale ed estetico che si cela dietro il politically correct e i buoni propositi di integrazione. Tassinari dà origine alla sua ricerca attraverso un topos comune: la pubblicità e le sue dinamiche di esortazione sociale e di comunicazione. Partendo dal logo di una società produttrice di caffè, l’artista scardina e ridisegna l’iconografia legata alla fisionomia e allo stereotipo dell’uomo di colore. Africanella è un’opera costituita da neon, materiale d’elezione per le insegne pubblicitarie, che esplicita e descrive quel linguaggio e quel tipo di figurativismo che inconsciamente riconduciamo a un immaginario legato all’Altro, a ciò che differisce dai nostri stilemi culturali.

Le sale del MAR, acronimo del Museo d’Arte della città di Ravenna, accolgono il progetto espositivo di Tassinari e ospitano differenti codici intellettuali: nell’opera Auspicious Beast, l’artista procede in maniera sincretica utilizzando la scrittura di un antico credo cinese, il mostro leone è un’immagine apotropaica che viene ridisegnata cancellando i segni di un’indagine semantica appropriata. L’origine della mostra, sin dal suo titolo, è esegesi di un corollario specifico legato al significato di confine, in questa modernità ridotta a spazi minuti e claustrofobici, 55 metri quadrati appiano come la definizione del paesaggio contemporaneo, viviamo in confini delineati, misure canoniche e circostanziali dove è impossibile ottenere ambienti di ampio respiro, questa classificazione del quotidiano è la misura comune con cui, in maniera latente, descriviamo il mondo che ci circonda. 

Dunque la domanda è: come sfuggire a questo fenomeno controverso di globalizzazione? Ancora una volta le parole di Bourriaud possono essere un lucido spunto: ”Ciò che chiamiamo alter moderno è l’emergere di un popolo mobile di artisti e pensatori che scelgono di andare nella stessa direzione. Un mettersi in cammino, un esodo”. Tassinari percepisce la necessità del movimento, oggi l’arte, il pensiero intellettuale, i codici estetici non possono più essere necessariamente ricondotti a un’origine geografica, a un orientamento sessuale o a una classe sociale ma anzi divengono un luogo comune di traduzione, dove gli effetti di diversità culturale non sono altro che la conseguenza di una ricerca volta alla nascita di un nuovo indirizzo estetico comune. L’esodo è iniziato, una tribù nomade, alleggerita da qualsiasi specifica identità, si sta mescolando portando con sé un bagaglio poliglotta, eterogeneo e progressista che darà finalmente vita a un’era creola di integrazione immaginifica e autentica.

Fino al 8 gennaio 2017, MAR, Museo d’Arte della città di Ravenna, via di Roma 13, Ravenna; info: www.mar.ra.it

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