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Give me yesterday

Al quinto piano della centralissima Galleria Vittorio Emanuele II di Milano si vedono i tetti del centro della città; la luce, anche se tipicamente grigia, è un elemento strutturale dello spazio al pari delle colonne centrali e del parquet a spina di pesce elegantemente recuperato, che conduce i visitatori di Osservatorio, il nuovo spazio di Fondazione Prada dedicato alla fotografia contemporanea, all’interno di un dialogo su due livelli tra l’obiettivo fotografico e l’occhio sulla realtà. Il primo capitolo di questo racconto è la mostra Give Me Yesterday curata da Francesco Zanot, all’interno del quale viene posto l’accento sul diario fotografico e in particolare sulle tanti declinazioni del tema emerse negli ultimi quindici anni visibili all’interno del lavoro di quattordici autori selezionati per l’esposizione, tra i quali Melanie Bonajo, Kenta Cobayashi, Tomé Duarte, Irene Fenara, Lebohang Kganye, Vendula Knopova, Leigh Ledare, Wen Ling, Ryan McGinley, Izumi Miyazaki, Joanna Piotrowska, Greg Reynolds, Antonio Rovaldi, Maurice van Es. Posizionate su un unico lato dello spazio espositivo, l’allestimento crea un grande e ininterrotto murale. Definito dal curatore «un lavoro per interferenze», proprio come la street art, seguendo l’architettura e le prepotenti vedute sull’esterno, il percorso narrativo delle immagini si intreccia con la quotidianità ad ogni sua latitudine. Fil rouge di tutta la mostra sono la schiettezza dello sguardo e, come spiega Zanot «l’orizzontalità del rapporto con i propri referenti: fotografi e soggetti, in pratica, stanno sullo stesso piano. Appartengono allo stesso universo. Il loro lavoro si svolge all’interno di un gruppo di pari».

Non solo, c’è anche la volontà di evidenziare un cambiamento di concezione e utilizzo del diario fotografico, non più visto come mezzo immediato per documentare il quotidiano – e tutti i suoi più banali aspetti -, piuttosto un punto di partenza per immergersi nella propria intimità attraverso un progetto ben strutturato e conforme a dei codici condivisi e collettivamente diffusi. Un modo totalmente originale e nuovo, dunque, di raccontarsi poiché il diario spontaneo e naturale, paradossalmente, non è più credibile perché inflazionato.

L’esposizione si apre con alcuni progetti che pongono immediatamente le fondamenta per comprendere al meglio questa nuova tendenza: i lavori fotografici di Ryan McGinley, Leigh Ledare e Wen Ling introducono agli snapshot, al ritratto posato e all’alto potenziale della rete di trasformare ogni gesto da privato in pubblico. Al secondo piano di Osservatorio si trovano, invece, lavori che evidenziano con maggiore fermezza la griglia concettuale e strutturale delle immagini e l’applicazione di un metodo modulare ripetitivo e scientifico. L’idea di archivio, come innesco di un processo di rilettura e attualizzazione, è spesse volte introdotta dalla figura della madre, che ricorre più volte tra i soggetti esposti: una madre che spinge all’azione, che fornisce mezzi e idee, che diviene protagonista sia nella sua presenza che nella sua assenza. E ancora la proliferazione dell’ autoritratto, elemento fondante dell’immaginario dei social network, cui viene dedicata un’intera parete e l’analisi delle distanze, fisiche ed emotive tra l’obiettivo e i vari soggetti. Verrebbe da dire: la fotografia che misura il grado di intimità degli autori e la loro capacità di scavare in profondità. L’ ultima parete si conclude con un diario di viaggio dell’italiano Antonio Rovaldi, che ha fotografato tutta la costa italiana in soggettiva, ovvero, dando le spalle alla terra e guardando il mare. In un percorso di visita introspettivo, che guarda continuamente al sé – degli artisti, dei soggetti, degli stessi osservatori – emblematica appare questa chiusura che apre lo sguardo all’altrove. Fino al 12 marzo, info: www.fondazioneprada.org

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