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Montani, dal blu al rosso

Scientificamente si chiama Redshift lo spostamento della luce verso il rosso. Stilisticamente questa parola, da sola, può in qualche modo racchiudere l’essenza della nuova personale di Matteo Montani alla Galleria L’Attico, curata da Fabio Sargentini. Secondo l’astrofisico Paul Davies si tratta di uno spostamento dello spettro di luce, dalle alte alle basse frequenze. Eccolo, allora, il fil rouge, il filo metaforicamente e letteralmente rosso, che lega le dodici tele esposte a tutto il percorso artistico di Matteo, iniziato proprio a L’Attico dieci anni fa. E che cuce, passando da un quadro all’altro, un racconto intenso e fitto. Di cui Matteo ci riassume i passaggi fondamentali. 

Fabio Sargentini presenta al pubblico la tua mostra raccontando di quando, con estrema franchezza, ti chiese di fargli vedere qualcosa che superasse i lavori che aveva già visto.
« Era tanto che io e Fabio pensavamo a una seconda personale. Ma Fabio mi chiedeva di fare di più e meglio. Inizialmente la cosa mi ha messo in difficoltà, ma sapevo che lavorare con lui e per lui mi avrebbe dato una spinta in più. Sono quelle congiunzioni astrali che fanno scattare la scintilla».

E infatti, come avviene con gli astri, c’è stato questo spostamento, attraverso il blu e l’oro, verso il rosso, una grande novità.
«Sì. Anzi, posso dire che le novità sono due. Il colore e il segno. Entrambi sono stati per me qualcosa di nuovo e di inaspettato. Anche sofferto, a tratti. In particolare per quanto riguarda il colore. Ho sempre avuto difficoltà a prendere confidenza col rosso. Ci giravo attorno già da un po’ usando l’arancio, ma non riuscivo ad approdare a questo colore così inteso e forte. Per me si trattava quasi di dover domare un cavallo selvaggio: cavalcare qualcosa che ti da delle sensazioni fortissime, ma che non riesci a gestire. Non riuscivo a trovare una chiave espressiva».

Invece l’hai trovata grazie alla nuova pennellata?
«Direi che è stato quando ho approfondito la mia ricerca sul segno che sono riuscito ad arrendermi al colore rosso senza subire la sua potente espressività, ma padroneggiandola, portandola dove io volevo che andasse».

In realtà, però, si tratta non di un solo segno, ma di due. E anche molto diversi tra loro. Vuoi parlarcene?
«Sono dei segni che ho trovato molto intriganti da esplorare. Secondo me sono molto forti e comunicativi. A ciascun segno ho dedicato una parte della tela: un tipo di segno per la parte alta, un altro per la parte bassa. Come nel caso del dipinto Canto urgente. Alcuni segni sono più duri, netti. Altri, più morbidi e fluttuanti, hanno uno sviluppo circolare».

La distinzione fra alto e basso riconduce ad un tema ricorrente nei tuoi lavori, dico bene?
«Dici bene. In questa selezione di dipinti quel tema è portato all’esasperazione. Dai segni posti in basso, simili a stalagmiti, si percepisce il disperato tentativo di propensione verso l’alto, di trascendenza, tipico della condizione umana. I segni circolari sembrano segnalare la presenza di qualcosa di spirituale. Un pathos sublimato dall’incertezza: non viene svelato se la dimensione spirituale andrà o meno incontro a quella terrena».

Fino al 20 Gennaio, Galleria L’Attico, Via del Paradiso 41, Roma, Info: www.fabiosargentini.it

 

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