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Opiemme a Roma

Riportiamo il testo che accompagna la personale di Opiemme, Vortex: per aspera ad astra, ospitata nella galleria romana Rossoventisetet fino al 24 dicembre

Humankind today has a border. Un acrilico su carta geografica del 1956, un’indicazione che è un messaggio, o prima ancora un monito. Il mondo di oggi non è più lo stesso di cinquant’anni fa, i confini non sono più semplicemente quelli geografici e questi ultimi, a loro volta, non sono più gli stessi che hanno generato i grandi cambiamenti della Storia mondiale. Le linee di separazione moderne non ricalcano più lo stesso tracciato: le migrazioni stesse che al giorno d’oggi mobilitano l’essere umano sono mutate nel profondo.

Rivolgersi a Opiemme definendolo uno street artist è sicuramente una semplificazione non percorribile, non solo perché la sua attenzione capillare alla parola, alla lettera, ancor prima che essa si costruisca in un’immagine, lo porta ad essere un poeta moderno, che si esprime a partire dalla strada; ma soprattutto perché la sua capacità formale lo rende credibile non solo nella dimensione spaziale di un muro, ma anche nello spazio circoscritto di un foglio di carta. Humankind today has a border è solo uno dei lavori di Opiemme presentati in occasione della sua personale nella galleria Rossoventisette arte contemporanea sotto il titolo di Vortex: per aspera ad astra.

Il cielo è da sempre stato fonte di ispirazione per letterati, artisti, ma prima ancora per l’essere umano stesso. La volta celeste è un mappamondo di punti cardinali, di mappe tracciate e non totalmente visibili: da una parte fascino e attrazione, tensione volitiva verso la conoscenza, specchio di desideri totalmente umani, miriade di punti interrogativi ancora irrisolti; dall’altra mistero e finitezza, l’emblema di quel senso di sublime espresso dal Romanticismo che porta l’uomo ad essere tanto affascinato dalla grandezza della natura, quanto annientato dalla sua incredibile inferiorità terrena. Opiemme prende il cielo e la sua attrazione verso il mondo astronomico per trasformarli nel centro della sua ultima ricerca che porta il titolo di Vortex: cominciata nel 2014 e ancora in divenire, la serie ruota attorno al rapporto tra lettera e insieme di lettere a composizione di poesie e scritti di grandi nomi della storia della letteratura.

Cumuli di lettere che si attorcigliano, che non perdono significato intrinseco pur rendendosi meno raggiungibili nella loro leggibilità formale. Le parole si sovrappongono, trasformandosi in un buco nero, in cascate di piccoli elementi come coriandoli di macerie che volano dopo un’esplosione. Tracce inscritte nello spazio come i punti luminosi della Via Lattea, organizzati tra loro in una complessa geometria invisibile. L’ispirazione arriva dalle parole di Giuseppe Sermonti, genetista e saggista italiano, in particolare dal suo studio L’alfabeto scende dalle stelle. Sulle origini della scrittura, all’interno del quale l’autore traccia la corrispondenza tra l’alfabeto delle più antiche civiltà e le costellazioni celesti.

Le stelle non sarebbero soltanto un riferimento per la costruzione del calendario, ma troverebbero una corrispondenza con le stesse lettere dell’alfabeto, stabilendo attraverso una sorta di glossario un legame fra corpi celesti e iniziali. Si tratta dello stesso ordine che si ritrova in questi lavori. Tornano gli elementi già caratteristici della cifra stilistica dell’artista, come il ricorrere alle colature ispirate al dripping dell’espressionismo astratto, così come le parole in libertà che ricordano i componimenti poetici di Filippo Tommaso Marinetti o il Lettrismo francese e la Poesia visiva degli Anni Sessanta in cui si costruisce una nuova concezione di linguaggio, nel quale la parola diventa essa stessa immagine. L’artista riflette sull’essenza della parola come costruzione di un messaggio, che trova un legame intrinseco con l’immagine. Ecco allora come le parole di Herman Melville si costruiscono nella forma di una balena, o una poesia di Edgar Allan Poe si nasconde nello stencil di un corvo.

Le impronte di linguaggio hanno attraversato negli ultimi tre anni l’Italia da Nord a Sud nei suoi murales – nel 2013 con Un viaggio di pittura e poesia, non ultimi gli interventi al Magma di Follonica in occasione del progetto Heart-shaped box (2016) e in Polonia, a Danzica, in omaggio alla poetessa Wisława Szymborska, premio Nobel per la letteratura nel 1996, in occasione del Monumental Art Festival (2014) o la collaborazione con la Fundacja Urban Forms a Lods nel mese di settembre scorso – tracciando nel tessuto urbano un contatto con il pubblico ancora non del tutto abituato al fenomeno dell’arte fatta su strada. Andando oltre il puro contatto visivo con l’occhio dello spettatore, Opiemme riesce a superare la semplice resta estetica, rimettendo la parola al centro della visione.

Una parola sempre fortemente legata ad aspetti sociali e condivisibili, che trova posto anche su di vecchie mappe, carte geografiche dimenticate o ritagli di giornale ormai ingialliti che rimandano alla rappresentazione di un mondo che non è più lo stesso. Ancora una volta torna l’archetipo della traccia che costruisce un messaggio: i punti scritti su una carta creata per guidare i viandanti e i naviganti, una carta di giornale che ricostruisce una sezione temporale strappata dal passato, stratificazioni di storia, di informazioni, di bussole che sono già esse stesse portatrici di un testo che vengono sovrascritte con l’intervento dell’artista. Il rimando non è solamente all’astronomia ma anche a quella geografia contemporanea riscritta dai nuovi popoli migranti, costruiti dentro nuovi confini.

I vortici neri dell’artista, gocce di inchiostro sulle strade scritte da qualcuno prima di lui, diventano stratificazioni di un nuovo senso del vagare umano, in cui si tracciano nuove linee d’ombra. Leggere le opere di Opiemme equivale a un triplice livello di sovrascrittura di significato: il lettering marcato, come primo strato che risalta subito all’occhio di chi guarda; le parole, le frasi composte dalle lettere stesse; ed infine, in molti casi, quel fondo che non è bianco, raccontando a sua volta un ulteriore substrato di senso.

«Le lettere ripetono i suoni della Creazione: “Li condusse all’uomo (gli animali) per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamati gli esseri viventi, quello doveva essere il loro nome”». Ogni cosa ha il suo nome, eppure la realtà contemporanea, all’indomani di una continua eruzione di significato, non è che un groviglio di caratteri divenuti incomprensibili, in una Torre di Babele che l’artista riesce con successo a rappresentare. Le parole sono cadute dal cielo e sembrano aver perso le loro radici, ma la rivoluzione tipografica di Opiemme consiste proprio nel riorganizzarle in un vortice produttivo. Per i suoi ultimi lavori della serie l’artista prende in prestito un’espressione latina molto nota, Per aspera ad astra, che esprimeva la necessità di passare attraverso le avversità della vita per giungere a godere della vista degli astri. Lasciando fruibile il suo lettering agli occhi di chi guarda, riesce a trasmettere la propria lettura del reale, come costruendo le proprie intuizioni sulla base di un nuovo alfabeto, anch’esso dotato di una propria interpretazione.

Humankind today has a border, dunque, ed è quel confine che Opiemme supera con la sua opera. Come un nuovo ”pastore errante” l’artista attraversa il mondo restituendo alla parola la sua importanza primaria, non solo nella costruzione del linguaggio, ma soprattutto di una comunicazione che tutti possono riuscire ad assorbire dall’esterno per farla propria. «Salimmo sù, el primo e io secondo, tanto ch’i’ vidi de le cose belle che porta ´l ciel, per un pertugio tondo. E quindi uscimmo a riveder le stelle». (Dante Alighieri, Inf XXXIV.136-9).

È buio pesto e non si distingue nulla. Ecco, allora, che le parole possono confondersi in un vortice bianco e luminoso, che non cattura ma rilancia fuori, per tornare a vedere le stelle.

Fino al 24 dicembre, Rossoventisette, via dell’Orso 27, Roma; info: www.rosso27.com

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